«Tu lo giuri, straniero?»
«Per la mia fede,» rispose Ghino, toccandosi la fronte, «io non ti vorrei disonorato, neppure se la tua infamia fosse la mia gloria.»
«Ti credo, la tua parmi faccia di uomo giusto;»—soggiunse l'Amira, e con la punta del pugnale s'incise a fior di pelle la mano manca, e ne scosse alquante stille di sangue.—«Serbami, o terra,» imprecava «questo mio sangue, e la mia vergogna; se io un giorno verrò a domandartelo pagandoti in cambio quello del mio offensore, tu me lo renderai incontaminato; ma se io muoio senza ricattarlo, tu me lo verserai intorno alle tempie, e fa che sia un testimonio contro di me nel giorno del Giudizio. Conte Giordano d'Angalone, non ti guardare da me nè dai miei; noi torniamo amici, finchè il Re ha nemici.»
«Come vi piace, Jussuff.»
«Ora andiamo ad assicurare i nostri,» comandava Manfredi «che stanno con sospetto.»—E fu eseguito il comando. Per quella notte non si dormì più; si rinnovarono i fuochi, si alternarono dei bei ragionamenti. Manfredi sedè in mezzo a Jussuff, e al d'Angalone: la Regina gli accarezzava, Yole gli accolse con un sorriso, e si chiamarono paghi. L'Amira interrogato del come si trovasse col Conte Giordano, rispondeva: «E' dovete sapere, o miei signori, che dopo la chiamata del Re, che passò di sotto ai miei quartieri, io mi distesi sul terreno a piangere sopra la passata e la presente sventura; allorchè udii un susurro che parve trapelare dal pavimento, e bisbigliarmi agli orecchi:—I Provenzali ardono il palazzo del Re, quivi è rinchiuso il tuo offensore; s'ei muore, chi può sanarti dal vituperio? hai dimenticato, che il rimedio sta nella mano di colui che ti ha piagato?—Mi levai subitamente, e pensai che se io non poteva combattere, sì lo potevano i miei; li feci armare, e li condussi al palazzo. Io non so che si avessero i nemici; stavano fermi, come se temessero di andare oltre; li percotemmo, gli sbandammo, entrammo nelle carceri, e ne estraemmo il Conte Giordano; lo avvisava del caso pel quale era accorso a salvarlo, egli mi rispose piangendo:—da che Manfredi fuggiva per perfidia dei suoi, non voler vivere per sopportarne i rimproveri, odiare la vita.—Io gli soggiunsi, che pur troppo aveva ragione, ma ch'io non avea potuto prevenire il fatto; solo vendicarlo; e averlo vendicato; che le teste dei Raiah preposti al presidio della porta del Rapido erano state sepolte in luogo separato dai corpi loro;—gli detti arme e destriero, ed uscimmo. I Provenzali già occupavano il palazzo.»
«E lo ardevano essi?»—domandò Manfredi.
«No, lo serbavano perchè Carlo vi pernottasse.»
«O Carlo! tu già godi il contento di riposare le membra nel letto dei vinti;—tu lo godi, ma ne attesto il mondo se questo ti avviene per la viltà del figlio di Federigo!»
«Ormai che Carlo ha posto piede nel Regno, qualche cosa dobbiamo concedergli.»
«Che hai detto, Amira? Sono uscite dalle tue labbra queste parole?»