«Santo Dionigi! pensate noi essere tanto ignari delle glorie di
Francia?»
«Dico bene: e le mani intrecciate in campo….»
«Già…. gran fama vi aspetta là su quella valle, sire Arrigo.»
«L'uomo fa quello che può; nondimen tanto faremo, sire Carlo, che ne andrete contento: «noi volgeremo alle spalle….» («Doucement» ripetè agli scudieri che nel torgli le manopole gli avevano graffiato le mani) «alle spalle, scavalcando quei monti…. Vero che, prima dei nemici s'incontra Benevento; noi lo prenderemo per forza, e poi….»
Così favellando era rimasto in giustacuore di bufalo;—i nemici ingrossavano alla pianura;—Carlo cominciò ad armarlo dei suoi arnesi, e mentre lo armava lo avvertiva: «No, sire Arrigo, voi lascerete lo impaccio di guidare le mosse al Maliscalco Mirapoix, ed ai Vandamme; state intento a ferire bei colpi, potrebbe distrarvi il comando….» in questa gli stringeva gli sproni «io giurerei che nessun Cavaliere avrà guadagnato meglio di voi gli sproni d'oro.» Quindi si levò dal collo l'ordine di Gran Commendatore d'Oltremare, e ponendolo a quello del Visconte:—«Questo d'ora innanzi onorerà la vostra vita, o la vostra sepoltura.»—L'ordine d'Oltremare, conosciuto eziandio col nome del Naviglio, e della doppia luna, fu instituito da San Luigi, fratello del Conte d'Angiò, nel 1262, nel suo secondo viaggio nell'Affrica. Egli era composto di una collana di conchiglie intrecciate con mezze lune, e di una medaglia che rappresentava una nave sul mare: ogni oggetto aveva il suo significato; le conchiglie dinotavano la spiaggia di Aigues-mortes, dove ebbero i Francesi ad imbarcarsi, le mezze lune la guerra da imprendersi contro gl'Infedeli, la nave il tragitto del mare. Veramente Carlo rammentava impresa poco onorata con quelle insegne di Terra Santa sul petto; tuttavolta, calcolando l'utile che poteva derivargli dall'ostentazione di pietà, maggiore del danno della reputazione nell'armi scemata, non mai le depose in Italia.
Armato di tutto punto il Visconte, Carlo fece condurre il destriero: comparve il generoso animale avviluppato entro immensa gualdrappa ricamata a fiordalisi; ed appena conobbe il signore, nitrì; Carlo mostrò qualche cordoglio a cederlo, pure allo improvviso si scosse, e: «Va,» disse «Benevento vale bene un cavallo bardato.»—Terminata cotesta faccenda, «Baroni,» aggiunse «ascoltate i comandi: voi, sire Visconte di Cocence, Maliscalco Mirapoix, Vandamme, Clermont, prendete con voi mille cavalieri francesi, e sostenete l'assalto; compongano la battaglia le brigate dei Fiamminghi dei Brabanzoni, dei Piccardi, i Romani, e i cavalieri della Regina; porti l'insegna Guglielmo lo Stendardo, li comandi il nostro cugino Roberto di Fiandra, il Contestabile Giles Lebrun, e Beltramo di Balz; noi terremo la riscossa co' Provenzali, avremo con noi Guido Monforte, Crary, e voi, Conte Guerra, co' Guelfi di Toscana; la parola è la solita di Francia, Mongioia, cavalieri. Andate dunque, miei figli, ed acquistatevi signoria.»
Si muovevano, allorchè seduto sopra bianchissima mula comparve circondato da molti prelati Bartolommeo Pignattello Arcivescovo di Cosenza, addobbato dei suoi più magnifici arredi; la stessa mula andava coperta di un manto di oro ricamato a pignatte d'argento; vesti di oro con pignatte di argento ostentavano i servitori, e pignatte di argento su le mazze dorate portavano i maggiordomi. Certo, cotesta arme è gloriosa, perchè le Cronache dei tempi antichi raccontano che un Landolfo, capitano su le galere del Re Ruggiero nello assedio di Costantinopoli, di tanto fu audace, che penetrato nelle cucine dell'Imperatore Emanuele rapì tre pentole di argento, e le assunse ad impresa di sua famiglia; pure ella sente un po' di ridicolo, e la voglia dell'Arcivescovo di trametterla da per tutto la rendeva piacevole anche più. Pertanto il Pignattello, fattosi al cospetto di Carlo, lo domandava, gravemente, se voleva che leggesse le bolle delle indulgenze date da Alessandro IV, Urbano IV, e Clemente IV, a cui combattesse in quella santa Crociata; Carlo rispose non essere mestieri, saperle tutti par coeur, li benedicesse, di questo sarebbongli tenuti. L'Arcivescovo si reca in mano l'aspersorio, e senza scendere dalla mula, con assai buone orazioni, li benedisse: poi, recitata in fretta un brano di perorazione nel quale diceva Manfredi figlio di Acab, fulminato dal sacratissimo anatema, razza di vipere, ariano arnaldista, priscillanista, ed ateo, tutto insieme, e chiamando allo incontro i Francesi veri figli d'Israello, e discendenti in linea retta dalla tribù di Giuda, intuonava l'Exurge Domine et defendem causam tuam ecc., e gli avviava a sgozzarsi allegramente su la pianura.—
«Ora incomincian le dolenti note.»
Quinci e quindi a gran corsa, gridando Mongioia, e Svevia, si precipitano le schiere l'una contro l'altra, bramose di vincere; sparisce lo spazio che le divide, sorge la strage. I Francesi per comando del Maliscalco Mirapoix assaltano con la fronte assai vaga, perchè vedendo gli squadroni tedeschi avanzarsi in forma di quadrato, sperano ricingerli di fianco con le punte delle file, alle quali erano preposti i fratelli Vandamme. La cavalleria tedesca aveva in quei tempi riputazione d'invitta, e a vero dire,—tanto variano le cose in questo mondo,—incapace allora per difetto di disciplina a resistere, era insuperabile nel dare la carica. Adempiendo dunque i comandi del Re, insiste contro il centro dell'avantiguardia nemica, e sforza, e punta con sì fatta costanza, che, un po' pel suo estremo valore, un po' per essere il centro francese troppo sottile, comincia a balenare, diradarsi, e finalmente aprirsi; le punte, o vogliamo dire ale dell'antiguardo, già ripiegandosi per ferire i Tedeschi di fianco descrivevano un mezzo arco, allorchè occorrono nella battaglia di Manfredi difilata in linea retta a breve distanza dalle prime schiere, e così in vece di assaltare di fianco fu mestieri si difendessero di fronte da forze preponderanti. La fortuna più oltre conduce la trista lusinga: le schiere mezzane della battaglia, composte della masnada di Ghino, e dei Saraceni, prevalendosi della via aperta dai Tedeschi, vi si precipitano dentro. «Svevia! Svevia!» gridano muovendosi, e il suono si propaga per le valli circonvicine, e cresce il terrore: aggiungono spavento i Saraceni coll'incessante percuotere dei tamburi, chè in quel secolo soli essi adoperarono cotesta loro invenzione, la quale fu in processo di tempo accettata dalla civiltà europea per trasmettere i segnali in guerra, e per istraziare gli orecchi dei cittadini in pace, mettendoci di proprio i pifferi, onde compire l'armonia. Roberto di Fiandra, e il Contestabile Giles Lebrun, accorrono con la battaglia francese a sostenere le sorti vacillanti della giornata. Mongioia, e San Martino urlano a posta loro, e affrontano francamente. Formavano parte di questa schiera i cavalieri della Regina, e molti bei colpi di spada è fama che menassero, i quali però non ci conservano le storie; solo ci narrano come sire Arrigo di Cocence, non potendosi dar pace di avere indietreggiato meglio di due trar d'arco, infuriava per le file esclamando: «Cavalieri cristiani, fate testa per San Dionigi… che diranno di me in Francia? Vergogna! avanti… avanti… sono paterini, eretici i nostri nemici… le spade loro non tagliano, Dio gli ha riprovati.»—Due cavalieri di Manfredi osservato il Cocence, cui tolsero in cambio di Carlo di Angiò, avvolgersi così allo scoperto tra i suoi soldati, si spiccarono di fila, e abbassata la lancia, e premutala di forza sotto l'ascella, gli si disserrano addosso: erano questi Ghino e Rogiero. Bene avvertirono i vicini il Visconte dell'imminente pericolo, ma egli aspettandoli di piè fermo gridava: «Ora vedrete il bel giuoco.»—Giunti i Cavalieri di piena corsa, al punto stesso colpiscono il Visconte nel mezzo il petto, per modo che ambedue le punte riuscirono in angolo a tergo, e toltolo di sella per qualche tempo lo portarono confitto nell'aste. Si levò un grido di vittoria dall'esercito di Manfredi, stimando morto il Conte di Provenza, e più acre che mai continuò la battaglia: non meno vigorosi si difendevano i Francesi, comecchè si conoscesse chiaro che alla fine avrebbero perduto la prova. Travagliandosi così i due eserciti sul campo insanguinato, segnava il sole l'ora di nona, quando Giordano d'Angalone senza cimiero, mezzo scoperto di maglia, con lo usbergo falsato in più parti, recando in mano la spada rotta, si avvenne nell'Amira Jussuff, e: «Dammi la tua scimitarra,» disse «pochi colpi a ferire mi avanzano, e la vittoria è compita.»
«Viemmi dietro, Conte,» gli rispose l'Amira «chè ti provvederò di una spada.»—E così favellando sprona verso Clermont, che dalle armi, e più dalla prova, mostrava essere assai valente Cavaliere. Clermont vedendo colui stringersegli contro senza consiglio, si mette in guardia, reputando il manrovescio sicuro; allorchè gli è a tiro, mena di pieno vigore: l'Amira con ammirabile destrezza si curva sul collo del cavallo, passa la lama nemica, e appena gli sfiora le spalle; egli stringe la briglia allo snello Borak, torna indietro, e cala un fendente sul cimiero di Clermont, che, levate le gambe, aperte le braccia, cade morto per terra: l'Amira si piega dall'arcione, raccoglie la spada, e: «Prendi,» parla al Conte Giordano «così provvede di arme i suoi amici Jussuff.»