«Prode uomo!» rispose Giordano «io l'adoprerò in guisa, che corrisponda degnamente al modo col quale mi viene donata.» E sparve internandosi nel folto della mischia.
Respinto su tutti i punti, lo esercito di Carlo aveva lasciato soli i cavalieri della Regina, i quali, disposti di morire anzi che indietreggiare, ordinatisi in isquadrone serrato contrastavano a tutto lo esercito di Manfredi. Giordano Lancia considerando come non fosse bene che tutte le forze del suo signore trattenesse quel pugno di gente, il quale nei suoi stessi conati si disfaceva, temendo che i respinti si rannodassero, e tornassero ad ingaggiare l'assalto, chiamati tosto Ghino e d'Angalone, comandava che di là si spiccassero, e senza riposo inseguissero i Francesi; rimarrebbe egli a prostrare cotesto avanzo dell'esercito di Carlo. Obbedivano al cenno; dietro la traccia dei fuggitivi si cacciavano a briglia sciolta; resistenti o cedenti ammazzavano; i quartieri non concedevano; era spenta ogni misericordia; funestava lo sperpero lagrimoso gli sguardi di molti tra gli stessi vincitori.
«Sire Dio! non ne sostengo la vista;» grida Carlo, che dal sommo della collina chiamata la Pietra del Roseto contemplava la strage; «l'asta, scudieri… il mio cavallo… qui, presto, alla riscossa!»
«Bel cugino,» ritenendolo esclama guido da Monforte «sta saldo per San Martino, lascia ch'ei vinca anche un quarto d'ora, e poi la vittoria è nostra…»
«Io non sopporto…»
«Io ti giuro per l'anima di mio padre che ti faccio arrestare… costanza!»
I Tedeschi, a mal grado che il d'Angalone contrastasse, tratti dall'ingordigia della preda, rotti gli ordini, presero, come sicuri della vittoria, a sbandarsi qua e là per fare sacco; erravano i cavalli in balia di sè stessi; i cavalieri smontati si davano a frugare per le tasche dei morti e dei moribondi; a rapire di su le armature gli ornati che stimavano preziosi, adoperando le spade a guisa di leva; taluno, imprimendo la rapace mano sopra i cadaveri per isvellerne panno o corame che accomodasse ai suoi bisogni, così rabbiosamente trasse, che panno, corame, e pelle strappava a un punto; molti anche, non potendo cavare le anella dalle dita dei morti, tagliarono le dita, e non aborrirono riporsele in seno,—tanto si palesa schifosa l'umana cupidigia!—In questa, Ghino e d'Angalone si affaccendavano, e a calciate di lancia battendo il dorso ai ribaldi: «A cavallo, ghiottoni!» esclamavano, «a cavallo!»—I battuti, intenti al guadagno, o non sentivano le percosse, o correndo più innanzi scrollavano un po' le spalle, e tornavano a far peggio. «Adesso scendiamo, cugino,» disse il Monforte; e Carlo montando a cavallo: «seguitemi, Baroni;» favellava ai suoi «voi vedrete il mio cimiero dov'è più gloria a conseguire; voi, Guido Guerra, rammentate ai vostri, che vincendo a Benevento ricuperano la desiata patria.»—E si slanciò alla pianura.
Un corriero spedito dal Conte Lancia si presenta a Manfredi, e gli dice: «Messere lo Re, abbiamo vinto.»
Il Re, levando gli occhi al firmamento per un pensiero che spontaneo gli si suscitò in mente di ringraziare il Signore, vede la schiera di riscossa francese che stendendosi sul pendío della collina del Roseto dechinava al piano, e ordina al corriero: «Va, va, torna a Giordano, e digli che si guardi, perchè non abbiamo anche vinto.»
Poi si fissò attento a considerare la masnada dei Guelfi, e parendogli, com'era, troppo bella, domandava, che gente fosse: gli rispondevano:—i fuorusciti di Firenze.—«Or dove» è fama che soggiungesse «abbiamo l'aiuto di parte ghibellina, che noi con tante fatiche e tanto tesoro favorimmo in Italia?»—E più sempre innamorandosi nella vista della masnada, che avanzava con ammirabile compostezza: «Veramente quella gente non può oggi perdere!» volendo significare, che qualora avesse egli vinto l'avrebbe tolta al suo soldo, e messa in istato.