«A cavallo vituperati! a cavallo! ecco il nemico!»—gridarono Ghino e Giordano; ma i Provenzali galoppando di tutta carriera già soprastavano: i Tedeschi e gl'Italiani, lasciando, quantunque a malincuore, la preda, assorsero per combatterli; i cavalli pascendo si erano allontanati, e nell'improvviso scompiglio molti li perderono, però che aombrando fuggirono; nessuno ebbe il suo. Non anche avevano formato gli squadroni, che i Francesi vi dettero dentro di furiosissimo impeto, e gli respinsero forse quaranta passi; allora i Tedeschi ristettero; lo spazio che li divideva appariva ingombro di cadaveri: i Francesi vacillavano aborrendo di calpestare i corpi dei fratelli. Carlo avvisando che da quella incertezza potevano i nemici prendere tempo a rannodarsi, e forse nascere la perdita della impresa, esclama: «Su, cavalieri, non badate a calpestarli, sì bene a vendicarli: quei vostri morti sono lieti di offrirci sui loro petti la via alla vittoria; Mongioia! Mongioia!»—E fu il primo a passare.
«Fate testa, avanti!—fuggirete chi avete in prima fugato?—Manfredi vi guarda,—vincere o morire,—Svevia! Svevia!» avevano un bel gridare Ghino e Giordano; i soldati andavano a ritroso, la paura si era cacciata tra loro. Il Monforte imperversava più fiero degli altri: montato sopra un forte cavallo normanno, menando a destra e a sinistra la mazza d'arme, faceva aspro governo della gente di Manfredi; l'osservò Ghino, e lo conobbe dallo scudo, che dopo il torneamento di Roma deposta l'insegna della Italia rovesciata riassumeva quella di sua famiglia, che mostra tre sedie rosse all'antica in campo di argento.—Non dette l'animo al buon Toscano di contemplare lo strazio, toglieva la lancia ad uno dei suoi, e correndogli addosso gridava: «Guardati, che sei morto.»
Il Manforte schivò il colpo, e quando Ghino fu trascorso gli trasse dietro la mazza d'arme, ma non lo colse. Ecco che Ghino, riabbassata l'asta, sprona di nuovo contro Monforte; questi con fermo volto, e col cuore tremante, attendeva a ripararsi, allorchè un suo scudiere si precipita alle spalle di Ghino, e lancia una zagaglia, che passando là dove la panciera si unisce all'usbergo penetra sotto l'ultima costa spuria, e ferito a morte lo stramazza per terra.
«Da vero, Raul,» parlò sorridendo Monforte al suo scudiero «il Cavaliere che hai ucciso era prode uomo, nè meritava morire a tradimento; nondimeno ben per te, chè uomo spento non fa guerra, e odore di nemico morto manda odore di rosa.»—Ciò detto, gli spinse sopra il cavallo, che meno tristo del suo signore sdegnò calpestarlo.—Stolto! e non sapeva che i cieli gli destinavano morte mille volte più miserabile. È da credersi che la Provvidenza la quale fece morire Simone Monforte suo bisavo di un sasso nel capo all'assedio di Tolosa, Almerico suo avo di una saetta nel ventre sotto Tolemaide, e Simone suo padre di onorate ferite sostenendo la libertà degl'Inglesi contro il Re Enrico, contendesse a Guido in pena della sua barbarie la gloria di cadere sul campo, oggimai ereditaria nella sua famiglia; preso nella battaglia navale combattuta tra Siciliani e Napolitani avanti il Golfo di Napoli nel 1287, conchiuse nello squallore del carcere una vita, che aveva illustrata di bei fatti d'arme, e contaminata di feroci misfatti.
Il Conte Giordano d'Angalone mirò quella morte; la mirò, e una tenebra gli si diffuse su l'anima; nondimeno, risoluto di non tornare in sembianza di vinto là d'onde si era dipartito come vincitore, trovandosi presso la masnada dei Guelfi vi si lanciò in mezzo, desideroso della bella morte. Trapassando imperversato molti percuote, molti stramazza, tanto che giunge allo stendale che in quella giornata portò Corrado da Montemagno di Pistoia; lo afferra con la manca, con la destra mena la spada; Corrado a sua posta tiene stretto, e si difende: i Paladini, che così, come abbiamo avvertito nel Capitolo decimosesto, si chiamarono i dodici Guelfi che condussero a morte Tacha da Modena, circondano il d'Angalone, e lo trafiggono di mortalissime punte; non vi bada il prode uomo, e segue la sua battaglia col bandieraio, il quale, soverchiato da troppo maggior forza, ferito in più parti, lascia cadersi di sella; al punto stesso trabocca il d'Angalone, spirando l'anima sul giglio di Firenze.—Atroci erano gli odii dei faziosi d'Italia in quei tempi, atroci i fatti; combattevano i fratelli contro i fratelli, i figli contro i padri, e però non senza commozione trovo nella mia Cronaca come i Guelfi dessero dopo la battaglia onorata sepoltura al d'Angalone deponendolo nella fossa stessa con Corrado di Montemagno, e sopra vi piantassero una croce, che nel braccio diritto presentava il nome di Giordano, nel traverso quello di Corrado, e pregava il passeggiero a recitare una requiem all'anime di due forti morti sul campo.
Spenti i capitani, non fu più modo alla fuga, non si scôrse più altro che un correre alla dirotta per la campagna, non s'intese che un gridare: «salva chi può.» In questa maniera rovinando pervennero dove Giordano Lancia, vinti i cavalieri della Regina, riordinava i soldati per condurli in sussidio dei suoi. «Ecco i nemici!» bianchi di paura gli gridavano i primi arrivati.—«Quali nemici?»—«I Guelfi, i Francesi, una schiera di demoni scatenati.»—«Vengano, col nome di Dio; siamo qui per combatterli.»
Urtano i sorvegnenti Francesi le schiere del Lancia con inestimabile valore, e sono con pari prodezza ributtati; rinserrano le file, tornano alla carica, e di nuovo indietreggiano respinti; fu il terzo rincalzo il meglio sanguinoso, nè quantunque laceri, peranche si sbigottivano;—tentarono il quarto;—infiniti i colpi percossi e ripercossi, infinite le piaghe, infinite le morti; ma il Lancia: «fermi!» gridava ai suoi, e i suoi confortati dall'esempio non piegavano un'oncia: combatteva Rogiero nella prima fila; stava la bandiera di Manfredi nella sua mano salda quanto su la cima di un torrione; intorno di lei si affollavano con impeto rabbioso i più prodi, e quando egli l'agitava al vento, sorgeva un grido di gioia, e il coraggio dei combattenti si raddoppiava.—Allora che assaltiamo, non vincere significa perdere, e Carlo oggimai conosceva, per quella ostinata resistenza, disperata l'impresa; l'animo contristandosi però non si smarriva, anzi più acre per la sventura meditava lo scampo. Sovente osservammo, l'uomo sfortunato diventare maligno, e commettere nel disastro tal fatto, cui egli non avrebbe pensato nel tempo felice. Questo appunto avveniva nel caso presente: ricorse alla frode il figlio di Francia, e rompendo ogni patto dal diritto delle genti costituito in quella età, inteso solo ad apportare il maggior male possibile al nemico, ordinò che prendessero a ferire i cavalli: fu cotesto comando contro la fede che scambievole si davano i due popoli guerreggianti su la forma del combattere; ma la vittoria assolve ogni peccato commesso per acquistarla, e se Grozio sentenziò,—doversi serbar fede ai nemici, e recare loro il minore male possibile,—crediamo che lo dicesse di luglio, nè lo avrebbe confermato di gennaio.
Propagavasi il cenno di Carlo per tutte le file, da ogni parte sorgeva il grido: «Agli stocchi! agli stocchi! e ferire i cavalli.»—Ponevasi immediatamente in esecuzione; la prima fronte del Lancia innanzi che avvisasse a difendersi si trovò scavalcata; il Lancia medesimo ebbe morto sotto il cavallo; gli abbattuti si ripiegarono in disordine su le schiere che stavano a tergo; si aprirono queste per preservarli;—gli accoglievano;—solo infelici, che siccome raccolsero i compagni non poterono ributtare gli avversarii;—entrarono alla rinfusa; la francese gagliardia, fatta maggiore per la speranza della vittoria, menava le mani a precipizio; non mancarono in quell'estremo frangente a sè stessi i soldati del Re, pari era il valore, disuguale la condizione. Nessuno stimi più sanguinosa battaglia, o con maggiore prodezza, essersi mai combattuta negli antichi o nei moderni tempi; lunga stagione la pianura di Santa Maria della Grandetta esalò vapori pestiferi a cagione del lezzo che intensissimo mandavano i corpi insepolti; per oltre cinquanta anni le bianche ossa sparse alla campagna attestarono con quanta rabbia vi si straziassero migliaia di vittime, ed anche adesso avviene sovente all'agricoltore tracciando il solco di sentirsi a mezzo trattenere l'aratro; si abbassa, e trova frammenti di scheletri attraversatisi al vomere, gli afferra imprecando, e gli sbalestra nel campo del vicino.
Senza elmo in testa, co' capelli rappresi di sudore e di sangue, ferito nel volto, tenendo nella manca lo stendardo reale lacero, nella destra la spada dalla punta all'elsa intaccata, si presenta Rogiero a Manfredi, e da lontano gli grida: «Alla riscossa. Messere lo Re, alla riscossa!»
«Ch'è questo? lasciano il campo i codardi? Dove è Messer
Ghino?»