«È morto….»

«D'Angalone?»

«Morto….»

«Vendetta di Dio! Baroni, alla riscossa! seguite il vostro Re, egli vi condurrà alla gloria, o alla morte.»—E spinse il cavallo: non intendendo che un fievole rumore, volge la testa;—forse dieci lo accompagnavano; i rimanenti, in numero di mille quattrocento cavalieri, e forse quattromila fanti, non si muovevano.

«Su presto, affrettatevi! alla riscossa! chè l'indugio è rovina!» replica Manfredi. La medesima immobilità per la parte dei suoi. Comincia a chiarirsi il grande inganno; trema il cuore del Re.—-«O miei fedeli Baroni,» riavvicinandosi a loro esclama smanioso «muovetevi per la vostra salute, pe' vostri figli…. già non voglio rammentarvi qui i miei beneficii,—pensate all'onor vostro, pensate al vituperio….»

«Noi pensiamo all'anima, noi vogliamo l'assoluzione della scomunica….»

«Che fingete ora voi? Non combatteste meco contro Papa Alessandro?
Non fa ancora l'anno, non iscorreste voi, armata mano, la campagna di
Roma? Adesso non vi propongo investire la terra altrui, sì bene
difendere il Regno….»

«Il Regno è vostro; difendetelo, se sapete.»

«Sì, lo saprò col valor vostro: usi a militare sotto l'Aquila del figlio di Federigo, voi non l'abbandonerete a mezzo della vittoria: il giuramento di fedeltà pronunziato a Monreale, e a Benevento, adempite: deh! fate che per la seconda volta Manfredi vi sia tenuto del trono.»

Gli rispondevano dando fiato alle trombe, e volgendo il tergo alla battaglia:—incredibile tradimento, se le storie del tempo, guelfe e ghibelline, nol riferissero. I Baroni napolitani, nella medesima maniera dei Pollacchi nell'antica costituzione, montavano a cavallo nei pericoli del Regno, e, come essi, formavano la principale, o la più numerosa parte degli eserciti: chi ha letto la storia di Polonia, si maraviglia della somiglianza tra i Pospoliti e le masnade dei Baroni napolitani; medesimo il lusso, medesima la instabilità, le abitudini medesime: solo diversi, in questo, che i Pollacchi difendevano ciò che reputavano libertà, i Napolitani la Monarchia. Manfredi che dubitava della loro fede, li sottoponeva ai suoi proprii comandi, confidando che l'autorevole presenza gli avrebbe frenati; come rispondessero alle sue speranze adesso vedeva;—per brevi istanti contemplò sbigottito l'immensa viltà.—«Stolto!» finalmente proruppe «ed io li pregava!» Poi levò la mano in atto d'imprecare: «No…. immeritevoli delle mie imprecazioni, io li condanno a vivere!… me avventuroso! chè, come il trono, non istanno nelle loro mani la gloria e rinomanza nostre.»—Volgeva il destriero; col grido e con gli sproni lo stimolava alla corsa. In quel momento avvenne un caso stupendo: l'Aquila di argento, che teneva per cimiero, gli cadde su l'arcione…. impallidì all'augurio fatale, dicendo: Hoc est signum Dei, però che questo cimiero aveva di mia mano appiccato per modo, che non doveva cadere.»