«Oh! padre mio….» interruppe Rogiero.

«E' fu un tempo,» continuò il carcerato ponendosi la destra sul petto «fu un tempo, che a questa voce sentiva uno sgomento indefinito qui dentro, che avrei anteposto a tutte le gioie della terra. Ora non sento più nulla, nulla….—sono morto,—non ho passione, tranne per l'acqua, che spenge la sete che mi consuma la gola.»

E qui brancolava in traccia della tazza.—Rogiero balzò in piedi, la prese, gliela accostò alle labbra, e sollevatogli il capo l'aiutava a bere. Il vecchio non ripugnante, nè consenziente, seguitava l'impulso; ma quando, aperti gli sguardi, potè fissare Rogiero, gittò un debole strido, fece atto di allontanarlo da sè, e tra stupito e maravigliato esclamò: «Manfredi!»

Questa esclamazione non fu di tanto bassamente pronunziata, che non percotesse gli orecchi di coloro che erano rimasti ai cancelli: uno tra essi contorse la persona, come a cosa molesta, e mandò un cupo sospiro.

Il vecchio riprendeva a stento: «Ma lo vedi, Manfredi, dove mi ha condotto cotesta tua ambizione?… vedi lo abbisso della miseria in cui può cadere un'anima immortale; e se hai viscere di pietà, gemi…. Ah! tu non puoi essere Manfredi…. no…. egli era di questa tua età quando cessai di vederlo. Gli anni e l'angoscia hanno prostrato il mio corpo più di quello che si doveva, ma anche i soli anni non iscorrono invano su la creatura destinata a morire. Sei forse suo figlio? Che vuoi? In te non è delitto, per te non ho mai nudrito odio, ma non posso nudrire amore; levati, e confortati: è molto tempo che ho perdonato a tuo padre, e nell'ora stessa del mio furore io non ho maledetto giammai i figli e i nipoti di coloro che mi hanno angustiato. Levati… e digli, che sia felice, e tu pure lo sii…. Se la voce dell'uomo che parla dai confini della vita può ottenere grazia al vostro cospetto,—in mercede dei tanti mali patiti vi prego ad adempire questa mia volontà…. seppellite le mie ossa accanto a quelle di Federigo…. del padre mio…. senza ornamento, se vi piace, senza corona, quantunque concederla ad un cadavere non possa tornarvi in danno…. mi basta di dormirgli al fianco.»

«Ascoltatemi per amore di Cristo! queste lagrime che vi bagnano la mano sono del vostro figlio Rogiero.»

La mente di Enrico, come se avesse fatto uno sforzo a favellare da senno, ricadde sul vaneggiare, ed immaginando di tenere discorso con la sua sposa figlia di Leopoldo Arciduca di Austria detto il Glorioso, riprendeva così: «Agnesa, che ha che piange il figliuolo nostro? Consolalo, ch'egli forma la delizia della mia vita…. è tanto bello quel suo riso! Com'hai tu cuore di farlo piangere? Consolalo, Agnesa, consolalo. Di qual piacere godrà Federigo, quando gli porrai su le braccia questo caro pargoletto!… E perchè non ne godrà egli? non è suo nepote?—Di chi è quel sepolcro di porfido? Veggo l'arme di Svevia…. fatti in là, che Dio ti aiuti, tu mi pari la luce…. Federigo I…. gloria all'anima sua, gloria a colui, che morì combattendo in Terra Santa…. No…. no…. è Federigo II… egli moriva dunque, nè al capezzale del letto si ricordò di me! Non ho più padre, e il figlio? Agnesa…. dove sei ita? Agnesa…. il figlio…?»

«Egli muore di affanno ai vostri piedi!»

«Egli?—Chi?….»

«Il vostro figlio.»