Enrico prese con ambedue le mani il volto di Rogiero, e lo guardò fisso fisso, e lungo tempo, poi disse:

«Certo, quel tuo parmi sembiante di un nepote di Federigo: ma se veramente tu sei il figliuol mio, a che venisti sì tardi?—Ti ho chiamato anni e anni, come in un deserto di tempo.—Io non posso lasciarti tranne un retaggio di sventura.—Ogni affetto di padre è morto nel mio cuore…. il nome stesso suona per me una rimembranza di cosa lontana, obbliata, come la faccia del compagno della miseria nel giorno dell'orgoglio. Se venisti a vedere quanto sia schifoso il fine di una creatura avvilita, allontanati, te lo comando.—Se ti condusse la pietà, adoprati di uccidermi…. non tremare…. di uccidermi: abbi misericordia di me…. Io soffro patimenti atroci in questa ora, nella quale erro sospeso tra la morte e la vita… patimenti, pei quali diventa un parricidio il rifiuto di troncare i giorni di un padre. Tu poi assicurati, nè temere che Dio ti chieda ragione della mia anima.—La prima preghiera che farò innanzi al suo trono sarà per te, che mi liberasti da tanto dolore, e gli dirò che non ti punisca, perchè fu l'amore che ti condusse la mano; che perdoni com'io ho perdonato: che se poi la Sapienza divina vuole le sue giustizie, non sopra di te si aggravi, ma sopra colui che costrinse un figlio a dare la più alta prova di affetto al suo genitore—trucidandolo.»

E abbandonato il capo sopra la spalla manca di Rogiero, singhiozzava senza pianto. Rogiero pietosamente esclamava: «Oh! questa sì ch'è ineffabile angoscia!»

«Ma se veramente sei carne della carne mia,» riprese il travagliato Enrico con impeto «se quello di cui le infantili carezze calmavano le tempeste del mio spirito feroce, salvati…. i tuoi nemici sono numerosi e potenti. Non sai che ogni loro gioia sta nella tua morte, ogni loro paura nella tua vita?—Sálvati…. chè essi t'inseguono con la foga dei segugi sopra la pesta del cervo.

—Ahimè! Io credeva non avere altri affanni a durare; ma essi si prolungano interminabili quanto l'eternità: non darmi amplesso, nè bacio;—il tempo che consumeresti potrebbe riuscirti esiziale;—più di questi mi giungerà caro il sapere che tu sei salvo. Là in Palestina pel sepolcro del Redentore potrai morire della morte dei valorosi. Prendi…. questa reliquia; essa valga a rammentarmi qualche volta nelle tue orazioni; prega per l'uomo che soffrì tutte le amarezze che si possono sopportare in questa terra, prega per un padre colpevole e sventurato, ma allontanati, per l'amore che hai per la vita, allontanati.—Chi sa che la tua venuta qui dentro non sia tradimento? Chi sa che non vogliano farci morire insieme? Hai tu inteso muovere i ferri del cancello? È finita…. è finita…. hanno chiusa la porta, e per sempre…. oh! gli scellerati, gl'iniqui!…»

Sorgeva in piedi; la forza che doveva mantenergli anche per qualche ora la vita parve riunirsi per consumarsi in un punto: le sue guancie si fecero vermiglie di rossore febbrile, afferrò il braccio di Rogiero, e lo spinse violentemente verso la porta;—mosse spedito il primo passo,—mutò il secondo,… al terzo Rogiero sentì abbandonarsi: il misero Enrico stramazzò bocconi sul pavimento. Il giovane si affrettava a soccorrerlo; dai cancelli le tre persone misteriose accorsero al medesimo ufficio;—lo sollevarono:—aveva la bocca e le mascelle rigate di sangue, il naso pesto,—la fronte livida,—gli occhi fuori dell'orbita;—gli posero la mano su i polsi…. Lo sforzo della immaginazione in quelle membra prossime al disfacimento, e la percossa, lo avevano tolto dal numero dei viventi.

Immenso furore occupò l'anima di Rogiero: si dette per la stanza a ricercare chiamando pietosamente suo padre, e lui scongiurava a rispondergli, e a non abbandonarlo sì tosto tra le mani dei suoi nemici. Sovente prorompeva in terribili minaccie, e l'atto del corpo si univa così violento a quell'impeto, che i circostanti a mala pena lo ritenessero;—gli strascinava qua e là duramente percuotendoli tra loro. Ora la esasperazione di Rogiero giunge al sommo; lo invade irresistibile il desiderio di morte; tenta spacciarsi da coloro che lo tengono, correre contro la parete, e darvi dentro col capo: il disegno non gli viene fatto che a metà, giunge al muro, ma non può uscire dalle mani dei circostanti che fanno ogni sforzo per allontanarnelo;—l'urto della testa, benchè non sia tanto da levargli la vita, vale però a farlo cadere privo di sentimento nelle braccia di chi lo sorreggeva dintorno.

Il tempo che Rogiero doveva vegliare a guardia dei giardini del Re Manfredi era trascorso. Il maestro degli scudieri seguitato da quattro di questi s'incamminava alla gran porta del giardino per rilevare Rogiero dalla guardia, e sostituirgliene un altro:—non lo vedevano:— lo chiamavano:—nessuno rispondeva. Avesse disertato il suo Re? «Impossibile, impossibile!» disse il maestro degli scudieri, ed in questa inciampava nell'alabarda, che Rogiero in partendo aveva gittato a terra.

Benchè l'urto del piede gli apportasse un cocente dolore, pure il maestro lo sollevò soffiando senza mandare una voce, timoroso che gli scudieri guardando per quella parte vedessero nell'alabarda abbandonata una troppo presta mentita a quanto egli aveva affermato; ma poco gli valse, che al volgere della lanterna la punta forbita mandò un raggio, e tutti ad un punto gridarono: «L'alabarda, l'alabarda!»

«Certo,» rispose crollando la testa il maestro «è l'alabarda, non ho cosa da opporre; ella non è un racconto, al quale si possa dire—non ci credo…. è l'alabarda.—Santi Magi di Colonia! siamo giunti a tal tempo, in che l'avere fede in altrui è cosa tanto stolta, quanto l'ingannare è scellerata.»