«Chi ha fatto codeste leggi, messere?»
«La nostra libera volontà.»
«E chi ha fatto il carro lo può disfare. Tutto varia in questo mondo, riti, lingue, costumi, cielo e terra, e non dovrà mutare un codice di masnadieri, fatto dopo cena col bicchiere alla mano?»
«Chi è quegli che vuol mutarlo qui?» gridò Ghino con tale una voce che strinse i cuori dei suoi compagni, girando certi occhi all'intorno, che fecero abbassare tutti quelli nei quali s'incontrarono: «chi è che vuol mutarlo qui? La nostra piccola società procede diversa dalla grande, che comprende la vasta famiglia degli uomini: qui non sono patti ai quali non siate intervenuti, non promesse che voi non abbiate fatto, o giurato; non leggi, se non prima da voi lungamente discusse, e con pienezza di consenso votate. Voi tutti vi dipartiste dalla gran società, perchè odiaste, o sivvero offendeste, i suoi statuti; ma intervenendo in un'altra, gli statuti e le costituzioni non erano niente meno necessarii: nessuna rettitudine d'ordine senza legge, nessuna durata di scambievole fratellanza. Le leggi discusse e giurate non si vogliono toccare così di leggieri, e mai, se fosse possibile; altramente operando, daremmo trista opinione della umana sapienza, e della eterna giustizia, accennando, con tanta mutabilità di provvedimenti, che non si dà bene in questo mondo, o che è cosa disperata conseguirlo. Stiamo lontani dagli uomini con tali pensieri, e con tali atti, che un giorno, richiamati tra loro, non adontiamo di alzare la testa, e dire:—voi foste gli scellerati, quando perseguitaste la innocenza. Nessuno vive tra noi che nel secreto del suo cuore non palpiti alle care ricordanze di padre, di figlio, di parente, di amico; nessuno che non sospiri le case paterne, e i dolci castelli: forse i nostri occhi non vedranno il giorno del perdono, ma noi non cessiamo di sospirare quel giorno. Tutto è legge nel creato, ed ordine stabilito: lo stesso Onnipotente si sottopose alle leggi, senza le quali nè egli sarebbe, nè noi saremmo; la bontà, la misericordia, ed altri assai sono i suoi attributi, nè egli può allontanarsi da questo sentiero, che la sua sapienza ha stabilito percorrere fin dal principio dei secoli.»
«Non mi parlate di leggi,» urlò schernendo Drengotto «nessuno può meglio persuadervi, che non sono leggi, quanto colui che ne ha fatto lo studio. Se la nostra natura le avesse volute, ce le avrebbe date; e senza scritto tra mezzo saremmo buoni, compassionevoli, e giusti: ma noi siamo al contrario naturalmente tristi, ingiusti, e crudeli. Rugge qui dentro il nostro cuore una rabbia amorosa di noi, la quale ci grida incessantemente—Primo mihi: la gioia altrui è un attentato alla tua, perchè ti toglie porzione del retaggio al quale tu aneli: ognuno si fa centro del creato; il mondo è il suo circolo; gl'interessi di tutti i viventi formano i raggi che si devono concentrare in lui, e questo è certo: non parlo arguto io? Occorrono nelle società degli uomini persone che traggono tutto il vantaggio da tali condizioni, che o non furono mai convenute, o furono, ma con principii diversi, o pure in un momento di ebbrezza, come noi abbiamo fatto le nostre: ch'esse si studino di conservarle, sta bene; ci va del proprio vantaggio, e anche io farei lo stesso in quel caso. L'uomo, che trova alla sua azione, resa manifesta, lo intoppo di una forca, non muta sentimento, nasconde l'azione; e quindi ne nasce quella guerra perpetua di furti, d'inganni, e di frodi, che non pure non si punisce, ma si loda dicendo:—costui provvede accortamente alle cose sue. Chi più nemico alla società di un uomo che toglie moglie? e pure il matrimonio dicesi essere un principio essenziale di questa società: vedete contradizione! ogni figlio che gli nasce gli dà un motivo di guerra di più contro i suoi simili; vorrebbe ch'essi soli fossero felici; lo cerca a prezzo della felicità universale: e poichè pare che non sia stata concessa somma di bene capace a soddisfare tutti, od anche volontà da soddisfarsi, per ogni avventuroso devono vivere cento nel fondo della miseria: quegli ori, quei vasi preziosi, quei cibi apprestati per pompa, non per bisogno, su la mensa del ricco, non vi starebbero, se negli infiniti ricoveri del povero fosse pane da sfamarsi, mezzina da bere, letto da riposare. Io per me vorrei, che allorquando celebrano un matrimonio, la chiesa fosse parata a lutto, e le campane suonassero a morto, come si usa nelle pubbliche calamità:—un matrimonio nuoce agli uomini più di due delitti….»
«Distruggi dunque, scellerato, distruggi; cotesta facultà appartiene al demonio: nella sua eternità di dolore egli ama le rovine, e i mucchi di cadaveri; essi sono il suo trono, dove regna tormentando, e schernendo le anime che si sono affidate a lui; ma egli è immortale, e vive per propria entità: tu, atomo, miscuglio d'imbecillità e di creta, più fragile in mano dell'Eterno, che paglia sotto il piede dell'elefante, come giungerai a questa potenza di male? Come schiverai la guerra di tutti contro di te? Ti sarà data la caccia come alla fiera del bosco, e tu morrai coll'angoscia di essere una memoria di esecrazione e di stoltezza per quelli che verranno. Ma poniamo che tu vi giunga: che cosa avrai fatto, quando avrai distrutto? come sopporterai la tua esistenza? come l'aspide del rimorso che ti roderà le viscere? Non udrai più voce nel mondo: ma come sfuggirai quelle della tua coscienza? Sarai come l'uracano nel deserto; vivrai solo, morirai solo.—Oh stolto! tu non conosci tutte le amarezze della solitudine, e possa Dio non fartele conoscere mai!»
«E v'è un proverbio, messere, che dice: meglio soli che male accompagnati; ed i proverbii sono cose da tenersi in conto, perchè, siccome ho udito nello Studio a Bologna, significano probatum verbum, parola approvata dalla esperienza dei secoli e dal consenso degli uomini: ma, e poi, quello che avete detto riguarda il séguito; allora provvederemo ai casi nostri; intanto ci giova vivere come viviamo.»
«Ahi scellerato! E come puoi giovarti del sangue del fiacco che piange? qual diletto o quale utile puoi ritrovare a spengere barbaramente chi ti stringe le ginocchia, e implora la tua pietà?—Pensa, che un giorno dovrai a tua volta essere giudicato.»
«Che volete? ogni uomo ha le sue opinioni, ed io ho questa. E' visse un popolo nell'antichità, come mi dicevano i miei maestri, che faceva morire per compassione i mal fatti di corpo, e si trova chi lo loda; or come, uccidendo io i male disposti di cuore, che è molto peggiore cosa, potrebbero biasimarmi? L'antichità si reputa madre solenne di utili ammaestramenti, messere.»
«E chi sei tu, che pretendi scrutinare i pensieri dell'uomo, e vuoi assumere la più portentosa qualità del Signore? Se veramente cotesti sono i tuoi sentimenti, tu meriti, piuttosto che ragioni, pugnalate. Questo ti basti, che il debole non fu mai trucidato che dal vile: la storia del lione San Marco, che pochi anni fa salvò a Fiorenza il bambino Orlanduccio, t'insegni, che il forte è magnanimo.»¹