Ghino si apprestava a consolarlo, ma egli era ricaduto in isvenimento. Giunti alla soglia della capanna, il condottiero, chiamato Beltramo, gli comandò averne cura, e lo pregò che per suo amore lo vegliasse; lo avrebbe ricompensato in appresso; intanto se l'ammalato si aggravava andasse a San Quirico, e dicesse all'Abbate, che messere Ghino mandava per lui, ch'egli sarebbe certamente venuto; finalmente rivoltosi alla masnada che lo aveva seguitato, parlò con voce solenne brevissimo discorso: «Siavi di esempio Drengotto; io perdono i colpevoli.»
Ciò detto, ricusata ogni altra compagnia, camminò verso la sua dimora, pregando gentilmente Rogiero a volervi accettare l'ospizio per quella notte. Rogiero, non che accettare il prego, avrebbe pregato egli stesso, tanto era il diletto che ricavava dalla presenza di Ghino, e più il bisogno che sentiva di ristorarsi. Andò pertanto volenteroso con lui; e si misero dentro a certi intricati viottoli della foresta, pei quali ogni uomo che non ne fosse stato ben pratico sarebbesi certamente smarrito. Lasciamoli andare, chè Ghino ne conosce la via, e menerà diritto il suo compagno allo albergo: noi andremo a dar fine al capitolo e alla vita di Drengotto.
I masnadieri, licenziati da Ghino, si dispersero, chi qua, chi là, con diversi sentimenti, ma tutti profondi; nè noi li diremo.
I quattro che sostenevano Drengotto l'adagiarono sul letto; Beltramo in atto di dispiacenza disse ai compagni: «Avrete voi cuore di lasciarlo solo?»
«Non ci stai tu?» uno di loro rispose «e che faremmo noi per tutta la notte?»
«Giocheremo a zara» soggiunse Beltramo.
«Se così è, rimango.»
«Così io,—ed io» risposero gli altri.
Ma Beltramo, che aveva un atomo di umanità più di loro, osservò che Drengotto era svenuto, alla qual cosa essi risposero che dormiva; ed allora non che egli fosse internamente persuaso che Drengotto dormisse, ma facendosi inganno con cotesta affermazione dei compagni, pose un po' d'accordo tra la sua anima e quello che stava per fare, e trasse i tre dadi di tasca.
«Manca il vino!»