§ V. Don Luca Massimi.
A don Luca poi capitò per la testa un'altra strana fantasia: si mise a voler trovare il modo di fabbricare dell'oro, non mica per vaghezza di oro, oibò! bensì per comporre l'oro potabile da prolungare la vita; ed affermava come questo fosse altra volta accaduto, e doveva rinnovarsi: anzi su tale proposito raccontava che certo bifolco, nelle parti di Sicilia, ne aveva trovato pieno un fiasco; ed essendoselo bevuto tutto di un fiato, campò cinquecento anni e non so quali mesi[6]. Fece pertanto nelle sue stanze fabbricare fornelli, e quivi notte e giorno si tribolava il cervello fra le storte, i lambicchi, vetri e pentole a soffiare, rimestare, mescolare, bollire e squagliare, ch'era pietà: poi leggi e rileggi certi libracci che pareano messali, e puzzavano d'inferno cento miglia alla lontana: nè qui terminava la strana passione dell'uomo, che quante bestie gli cascavano sotto ammazzava, ricercandone poi studiosamente le viscere; piante, minerali e sassi, niente insomma sfuggiva alla perpetua sua investigazione: frattanto anch'egli trasanda le mondizie del corpo, e a lui pure diventano gli occhi torti e feroci. Un altro demonio aveva preso possesso dell'anima sua.
Ora non istette guari che vedemmo comparire in casa uno accidente pieno di terrore: non vi era animale, o vogli cane o vogli cavallo, che più di tre giorni potesse durarci vivo; dagli animali la morìa passò negli uomini; morì il lacchè; morì poco dopo la sua moglie; morirono quattro staffieri uno dopo l'altro in un giorno solo; morì il cappellano che veniva a celebrare la messa nella cappella di palazzo: appena ebbe mangiato e bevuto il pane e il vino della eucarestia incominciò a urlare disperatamente: ohi! ohi!, a rotolarsi per la terra, e in breve, così parato com'era con la pianeta addosso, vomitando frammenti di ostia e il vino consacrati, e dibattendo la testa sopra i gradini dell'altare, se ne morì. Don Luca a tutte queste morti accorreva, tastava i polsi agli agonizzanti, ne speculava sottilmente le sembianze prima e dopo la morte loro, e raccolto con diligenza il vomito, si rinchiudeva dentro il suo laboratorio.
Questi casi misero addosso ai suoi tanto fiera paura, che chiesta licenza abbandonarono il servizio; e taluni furono spaventati per modo, che se ne fuggirono senza domandarla nemmeno: nè solo i servi uscirono di casa, ma i vicini eziandio fuggivano la contrada. Anch'io andai per tòrre commiato da don Marcantonio come maiorasco di casa; ed egli schiusa alquanto la porta di camera, per l'apertura guardatomi in viso un cotal poco alla trista, mi rispose:
«O chi vi para? chi vi ha mai parato? Potete andarvene quando vi piace: un mangiapane di meno.»
«Sta bene; ma prima di andarmene, eccellenza, capisce che sarebbe di dovere mi saldasse il salario.»
«Non vo' malinconìe: — oggi mi duole il capo — ne parleremo la settimana entrante....»
E mi chiuse furiosamente la porta sul viso. Sicchè non potendo ottenere meglio, mi rassegnava ad andarmene; quando ecco con pari furia torna quel tristo ad aprire la imposta, e, fatto capolino, e' mi dice spedito:
«Bene inteso però, che da oggi in poi non vi corre più paga.»
E da capo giù la porta a scavezzacollo, e tira catorci, e metti bracciòli, come se si accostassero i turchi. Quinci me ne andai difilato nelle stanze di don Luca, e lo trovai secondo il solito intorno ai fornelli col soffietto in mano: mi udì senza guardarmi in volto, e cessare la sua bisogna; ma terminato ch'ebbi di parlare, mi battè sopra la spalla, e con sembiante umano mi disse: