«Orazio, hai paura, eh? Non temere... io... qui... no, tu in casa non incontrerai niente di male..... fede di galantuomo..... anzi ho bisogno di te..... non te ne andare....»
«Eccellenza, gli risposi, avendo avuto congedo da sua eccellenza don Marcantonio....»
«Se don Marcantonio non ti vuole, starai con me; io ti voglio far del bene, e non voglio che tu te ne vada, hai inteso? Rammentati che ho le braccia lunghe, ed uscendo di qui mio malgrado, vattene difilato a prendere a pigione una fossa al camposanto: hai inteso?»
«Eccellenza sì.»
In questo modo rimasi.
Nella stessa notte sento raspare alla porta della mia camera.
«Chi è là?» — domando un cotal poco spaventato.
«Zitto. Sono io; vèstiti prestamente, e vieni meco.»
«Oh Dio! a quest'ora; ed a che fare, don Luca? Veda, casco proprio dal sonno!»
«Vèstiti.» — E me lo disse con tale un suono di voce, ch'io reputai prudente vestire i miei panni e presto, senza altri discorsi; se non che fingendo di cercare qualche cosa sotto il capezzale, agguantai il mio bravo coltello, e me lo nascosi nel petto. Allora mi parve essere rinato. Don Luca, vestito che fui, mi diè a tenere la lanterna, ed ordinò mi avviassi alle cave del palazzo; e come mi venne comandato feci. — Scesi là dentro, egli chiuse cauto le porte, ed io di traverso gli stava attento alle mani; ma egli liberamente si accostò a me, mi tolse la lanterna di mano, e sollevatala verso il soffitto mi disse: