Il maestro muoveva il passo per andare, quando don Marcantonio incominciò a stralunare gli occhi, torcere la bocca, e volgere il collo come se gli svitassero il capo; le mani attratte a uncini agitava, le agitava in guisa di naufrago, e prima di perdere conoscenza affatto, gridò:

«Ahimè! muoio... Orazio... don Luca, muoio... maestro Gioacchino, tre usciali bastano... i chiodi... ah! adesso me ne sovviene... ci ho anche i chiodi giù in cantina... dite... quanto mi defalcate dal prezzo co' chiodi di mio...?»

Don Luca gli fece apprestare l'esequie magnifiche; immensi ordinò i suffragi per l'anima sua; e quando il cadavere fu tratto al sepolcro egli volle reggere un lembo del tappeto. Ripiegato come sotto un peso che non potesse sostenere, andava a capo chino, a balzelloni, versando dirottissimo pianto.[12]

A quanto sembra però monsignor Taverna, che fu governatore di Roma in quel tempo, e credo che anche adesso lo sia, non si lasciava punto intenerire da coteste lacrime: imperocchè messo in sospetto dal numero spaventevole delle morti avvenute in casa Massimi, prese a ricercare sottilmente il successo, ed in breve gli venne fatto di accumulare tanti e tali indizi a carico di don Luca, che di subito ordinò alla Corte ponessegli le mani addosso, e lo menasse nelle segrete. Innanzi di scendere nel cortile dove lo aspettava la carrozza, impetratane licenza dagli esecutori, i quali trattandosi di persona di alto affare procedevano urbanamente verso di lui, mi trasse da parte, e a voce sommessa mi disse:

«Orazio, fa' di aver cura degli arnesi miei, e tienli forbiti tanto che io torni. Che cosa vonno sapere da me questi gaglioffi? Tu, Orazio, mi hai armato, e fatato cavaliere della corda. A rivederci, Orazio.»

«A rivederci presto: e degli arnesi non dubitate» — e gli baciai la mano.

Ora giudicate voi quali fossero la mia meraviglia e il mio spavento, quando nel giorno appresso, verso l'un'ora di notte, venni chiamato in Palazzo, dove mi fu detto essere aspettato al carcere di Tordinona dal marchese don Luca mio padrone, il quale prima di andare a morte desiderava parteciparmi i suoi ultimi comandi! — Stetti per diventarne pazzo, e dubitai su le prime ch'e' fosse un rezzolone, come sanno trarne questi uomini di corte, per pescare; ma per questa volta presi errore, dacchè subito il Bargello mi licenziò. Corsi a Tordinona, e trovai don Luca seduto in sembiante nè lieto nè tristo, che tranquillo in atto e in sostanza, se non pareva di venti anni invecchiato, e tutta la sua faccia aveva colore di avorio antico. Poichè gli ebbi baciato la mano, ei mi fece cenno ch'io gli sedessi di contro; nella qual cosa avendolo obbedito, attesi ch'egli mi favellasse; ma considerato come distratto di pensiero in pensiero ciò non curava od obliava, ruppi io primo il silenzio dicendo:

«Ahimè! riveritissimo padron mio, che novelle sono elleno queste? Che cosa sono gli ultimi comandi di cui mi hanno tenuto proposito? Come non vi ha giovato nulla lo esercizio della colla? E gli squassi, e i piombi, e le strappate?»

«Anzi, rispose egli, giovarono moltissimo, che meglio non potevano fare: per bene otto volte sostenni il tormento accompagnato da squassi di tale maniera, da stiantare la campanella del soffitto: alla fine mi sciolsero, e il Giudice considerando come le impugnative sostenute con la prova della corda avessero virtù di cancellare agli occhi della legge ogni indizio raccolto, riferitone prima a monsignor Taverna, decretò essermi purgato da ogni sospetto ordinando la mia immediata scarcerazione: ma non sì tosto ebbe costui scritto e suggellato il decreto, e appunto in quella, ch'egli stava per consegnarmelo, non senza grandissime congratulazioni della prova da me sostenuta in pro della mia innocenza, ecco invadermi irresistibile il furore di confessare accusandomi delle tante commesse scelleratezze. Invano mi adopro tenere chiuse le labbra, invano stringere i denti, invano mordo perfino la lingua, e con ambo le mani mi abbranco le mascelle; tempo perduto! — Una forza feroce mi torturava dentro, e mi costringeva a confessare i miei misfatti a parte a parte come si usa al capezzale della morte. Raccapricciava il Cancelliere nello udire, ed a me pure correva un brivido per le ossa in raccontare quante povere anime con la maligna virtù dei miei veleni avessi traboccato all'altro mondo senza sacramenti. Ora io pensava tra me: e perchè mai mi resi micidiale di tanti cristiani battezzati? In verità non lo so. Odiava io forse gli uccisi? mai no: veruno odiava, anzi qualcheduno fra essi amava. Mi avevano per avventura offeso? neanche. Dunque? non ne so niente. Avvelenai il mio fratello maggiore per cupidità delle sue ricchezze? Neppure per sogno: di danari non fui vago giammai; e poi ne possiedo molti, forse troppi, di mio. — Perchè dopo avere sostenuto il tormento, perchè dopo ch'era stato spedito il decreto della mia liberazione mi sono accusato io? Non ne so niente, non ne so niente. Io sono una ruzzola in mano alla fatalità: io vado, io rotolo lanciato dal braccio del destino, io sono condannato a precipitare inevitabilmente; e così dissi al Giudice, e questo dico anche a te, Orazio. La maledizione di mio padre mi tira pei capelli... Guardalo, Orazio... vedi ve'... egli è qui...»

«Chi mai, esclamo voltandomi di soprassalto, è qui?»