«Il clarissimo Marchese di santa Prassede... don Flaminio Massimi... il padre mio insomma. In meno che non fa un'ora egli si è affacciato ben quattro volte sopra la soglia della prigione mostrando pressa, e mi fa cenno di seguitarlo...»
«Per me non iscorgo nulla. E come volete, che si affacci sul limitare se hanno chiusa la porta per di fuori?»
«Chiusa! chiusa! Come se porte e serrami lo potessero trattenere. Signor padre, io la supplico in cortesia a lasciarmi un'ora di libertà; poi stia pur sicuro, ch'io mi darò interamente ai suoi ordini... bene... gran mercè, signor padre. — Or via, Orazio, dacchè il Marchese ce ne dà licenza, torniamo al proposito nostro, e fa di ascoltarmi bene a dovere; avvegnaddiochè tu per te stesso tel vegga, il tempo stringe, ed è lunga la via. Bisogna che tu ti riponga bene in mente come domani a quest'ora la testa mi starà distante dal collo... poco... la grossezza di un ducato... forse anche meno... però quanto basta per non sentire più caldo nè freddo. Così l'anima potesse non sentire più nulla domani mattina, come il mio corpo non sentirà! Riceverò, o ricuserò i sacramenti? Chi lo sa? Io non dipendo mica da me. Se la forza che mi governa si parte dal demonio, posso fino da questo momento affermare di no; ma staremo a vedere...»
«Mio reverito ed onorato padrone, interruppi io, dacchè la faccenda ha preso questa mala piega, che ormai, a giudizio mio, non lascia luogo a rimedio, o come l'alterezza vostra si accomoda a patire tanta infamia? A voi, che pur siete di sottile ingegno, non può davvero mancare un partito capace di sottrarvene... Mi spiego, don Luca?»
«Anche troppo; ma non posso; te l'ho già detto: io non sono padrone di me: quello di che mi avverti mi viene impedito. Vedi, ecco qui il mio astuccio; non mi ha abbandonato: questo è tossico, e quest'altro è antidoto: quattro gocce del primo basterebbero ad avvelenare uno elefante; ma s'io mi provassi recarmi la caraffa alla bocca, il braccio mi ricuserebbe il suo ufficio; o se pure me lo prestasse, il liquore mi si spanderebbe giù pel mento...»
«Ad ogni modo tentate...»
«Ho capito... Tu credi, Orazio, che le sieno fisime di mente inferma: ti assicuro ch'è inutile; ho già provato meglio di dieci volte.»
«Provate la undecima...»
«E sia...»
E' non ci fu che dire: chiuse tenacemente i denti e le labbra; e comecchè io vi adoprassi tutta la forza delle mie mani, non venni a capo di smuovergli i labbri, non che schiudergli i denti: i nervi su le mascelle gli s'incordavano duri più di metallo.