«O Madonna dei dolori! Provate a cacciarvi di un coltello dentro al cuore; — quando sarò uscito di prigione, bene inteso: — se non avete pugnale eccovi il mio, io ve lo impresto volentieri, don Luca; non è da pari vostro, ma l'uffizio suo sa fare quanto un altro...»

«No... no, tienlo per te: io non voglio fuggire al destino; egli è più forte di me; ma io voglio guardarlo in faccia fino all'ultimo, e morire.»

«Signore! signore!, esclamai battendomi forte del pugno nel capo; e dovrò io sentire, che una fune plebea si dia il vanto di avere strangolato il mio nobile padrone come un volgare bandito?»

«Oh in quanto a questo, Orazio, ti puoi consolare, perchè io sarò decapitato con la scure ai termini dei privilegi di cui gode da tempo immemorabile la nobiltà romana: su tal punto ci siamo già messi d'accordo. — Ma io sto novellando teco come se questo non fosse l'ultimo giorno della mia vita, senza averti dichiarato il motivo pel quale io ti chiamai. Porgi attenzione, Orazio, e bada non ti addormentare... — La maledizione di mio padre non si estingue nella morte di don Marcantonio e mia, ma dura sempre viva ed aperta sopra la testa dei miei fratelli, che mi sopravvivono; e quantunque volte io mi faccio a considerare come loro sovrastino destini pari ai miei, un peso di amarezza inestimabile mi si aggrava su l'anima. Quando la maledizione esige le sue giustizie, io fermamente credo che ricovrarsi nelle braccia di Dio non salvi: difatti per saldare l'antica maledizione dell'uomo lo Inesorabile volle sagrifizio di sangue.... nè Cristo supplicando potè ottenere, che il calice senza fine amaro fosse rimosso dalle sue labbra innocenti; — ed io mi sento immensamente colpevole. No, la vendetta strappa la sua vittima espiatoria anche di sotto al trono dell'Onnipotente; — tu, che rimani, vedrai, comunque sia, a me incumbe l'obbligo di tentare d'impedirlo... Consiglio inane, lo so; ma la mia vita non si compone ella di disperati conati? A noi non avanza che la intenzione..... pertanto, Orazio, prendi queste due lettere, e promettimi dì consegnarle tu stesso nelle proprie mani dei miei fratelli, Mario e Severo. Il primo io penso abbia a trovarsi qui in Roma; l'altro, comecchè io non ne udissi più novella mai, ha da stare a Vinezia: togli ancora questa marca, e recala al Sagrestano di santa Maria la Minerva, il quale tiene in serbo mille ducati d'oro di mio, e digli che te ne consegni ottocento; questi ti serviranno pel viaggio e gli bisogni che avrai, compreso il saldo del tuo salario con la casa Massimi: parti di essere contento?»

«Magari, mio reverito padrone!» mi affrettai di rispondergli; ond'ei riprese:

«Tanto meglio; e gli altri duecento aggiungerai da parte mia a fra Zanobi, ch'è l'uomo più piacevole del mondo, ch'io li lascio a lui in primis et ante omnia, però che quando si mettono danari in mano ai frati egli è lo stesso che cacciare la pecora dentro al roveto; qualche bioccolo di lana bisogna che si rassegni a lasciarci; e poi perchè ne faccia tante elemosine ai poverelli di Dio: e questo gli dirai che lo credo difficile, ond'io me ne rimetto in lui; — o ne celebri tante messe per le anime di Marcantonio e mia, e questo parmi più facile: o, se meglio gli sembra, gl'impieghi in tante merende e desinari, e questo gli tornerà facilissimo: — però bada ammonirlo, che tutto ciò io gli mando a dire per giuoco, e per sollazzarmi in questi momenti di passione, avvegnadio egli sia così giocondo come religioso e dabbene: e so che non mancherà ai suffragi ch'io gli ho commessi. Orazio, la tua madre vive?»

«Eccellenza no.»

«E il padre?»

«Nemmeno.»

«Cospetto di Dio! O che sei nato come un fungo?» proruppe impazientito.