«Manco male, che ci si è accomodato!» — pensava io allontanandomi di costà; però che assistere più a lungo a quel vagellare di uomo sano avrebbe terminato col farmi dar di volta alle girelle anche a me.
§ VI. Don Mario Massimi.
Nella notte medesima senza porre tempo fra mezzo mi posi in traccia di don Mario un po' per allargarmi il cuore, ma più assai per soddisfare sollecitamente alla volontà del moribondo: che vi dirò? Quelle paurose parole di maledizione mi erano come esca accesa dentro le orecchie dell'asino. — Don Mario era della natura della lumaca, che dove passa lascia traccia; sicchè in breve mi venne fatto trovarlo. Verso l'una ora di notte entrai nella osteria dell'Angiolo, ove aveva preso usanza meglio che nelle altre taverne. I fiati, il fumo e l'esalazioni delle candele di sego di così grave nebbia empivano il luogo, che a me per buono spazio di tempo non riuscì distinguere le facce dei raccolti intorno alle tavole per bere.
Però, anche senza cotesta infernale caligine, come mai avrei potuto raffigurare don Mario? Ficcai gli occhi nel viso ad un cotale, che udii chiamare il Marchese; ed, ahimè! come il bellissimo don Mario era diventato sozzo aspetto! La faccia aveva vermiglia color del rame, il naso gli protendeva fuori della fronte acceso, e pieno di bernoccoli paonazzi, quasi altrettanti testimoni prodotti dalla buona Coscienza al tribunale della Temperanza per sostenere l'accusa; la pelle gli pendeva giù floscia dalle mascelle, e vergata di rughe premature. Gittata là sopra una pancaccia la veste plebea, stavasene in camicia con una manica attorta su fino alla spalla, e l'altra abbottonata intorno al polso: i capelli, che una volta egli ebbe belli e ricciuti, ecco adesso scarmigliati come bioccoli della lana di capra, e di terra sordidi e di paglia. Dalla fronte, da tutta la faccia gli grondava giù il sudore, per la smania che gli si era messa addosso; e nondimeno ei beveva, e beveva, conciossiachè avesse giuocato con un vetturale a cui tracannasse più vino.
I partitanti così dell'uno come dell'altro bevitore stavansi seduti, o in piedi variamente atteggiati, contando le fogliette bevute. Nessuno fiatava; cotesto silenzio era soltanto rotto dal gorgoglio del vino versato e dal colpo morto dei bicchieri battuti sopra la tavola, come bòtte che due nemici mortali si avventino in mezzo alla nebbia. I giuocatori quando posavano il bicchiere, ma più terribili assai quando l'orlo del vetro toccava loro la radice del naso, si guardavano fissi ferocemente, che pareva si volessero scannare: gli occhi avevano voce, e si vedeva espresso, che l'uno all'altro diceva proprio cosi: «Maledetto! perchè non cedi? O non vedi, che la tua ostinazione mi fa morire? Deciditi a crepare, cane rinnegato!» e forse anche peggio.
Considerata alquanto la cosa detti spesa al mio cervello avvisandomi, che gittarmi lì framezzo a scompartirli tornava lo stesso che cacciare la mano fra la incudine e il martello; e non pertanto mi parve bene tentare un colpo ardito, per porre termine allo sconcio strazio. Mi accosto dunque di fianco a don Mario, e forte battendogli della destra sopra la spalla, gli dico:
«Don Mario, io vengo dalla parte del vostro signor fratello il Marchese don Luca, condannato ad avere domani la testa mozza in capo al ponte sant'Angiolo, per ragionarvi della maledizione del vostro signor padre don Flaminio...»
Come manzo, che abbia sciolto le funi in quella che il maglio lo ha percosso in mezzo alle corna, barcollò, chiuse gli occhi, e, declinata la faccia, prese don Mario a borbottare suoni indistinti e rotti in guisa di singulti: poi la pelle aggrinzandoglisi fitta fitta tremò, diventò in viso prima violato come il petronciano, poi colore di lupino secco: al fine aperse le braccia, e giù sul pavimento svenuto a mo' di pane di piombo.
Degli adunati intorno alla tavola la più parte, presi da terrore, restavano immobili: alcuni, ma pochi, mi guardavano biechi, ma non ardivano muovere un passo. Io cinsi don Mario a mezza vita, lo sollevai di peso, e così com'egli era scamiciato lo trasportai all'aria aperta; immaginando tra me che il freddo, il quale in cotesta notte stringeva acutissimo, gli avrebbe apportato notabile giovamento. Lo deposi sopra un banco di pietra, e mi detti ad asciugargli il sudore strofinandolo forte forte per la fronte e pel petto. Allo improvviso ecco, ohimè! si risveglia... e sotto il pannolino vedo... in fè di Dio io non ho pelo che mi stia fermo, a rammentarlo soltanto.
«Che cosa vedesti, di', Orazio?» domandarono ad una voce tutti i banditi i quali stavano con la faccia loro ammusati con quella di Orazio, come le formiche costumano quando s'incontrano per la via.