Che cosa vidi? — Io vidi dalla carne viva di don Mario uscire fiammelle verdi e celesti, e scivolando attraverso i capelli abbrustolirglieli: i capelli poi ardendo si attorcigliavano, per uno istante duravano cenere figurata in sottilissime spirali bianche, e disperdevansi; la pelle della fronte si rialzava in gallozzole, le quali scoppiando lasciavano colare un sangue sieroso, e giallastro: pel seno altresì guizzavano lingue di fuoco, e ne abbruciavano i peli: insopportabile il fetore. —

«Soccorso! urlai, soccorso per lo amore di Dio!» — Allora uomini e donne slanciaronsi fuori della osteria per portare aiuto; ma contemplando cotesto spettacolo spaventoso, presero a urlare a posta loro più forte che mai:

«È il diavolo! Lo aveva detto, che non poteva essere altri che il diavolo!» — Ed io:

«Ma venite appresso, che il vermocane vi colga; o non vi ho chiamati col nome di Dio?»

E' fu fiato gittato: quei somari, come se mille demoni se li portassero, sempre gridando «Domine aiutaci!» spulezzavano parte, e furono i più, per la contrada; e parte, volendo ripararsi dentro l'osteria, accecati dalla paura dettero del capo negli stipiti, e nei muri. A me poi lo spavento partorì effetto contrario, dacchè mi sentissi come inchiodato sul terreno, e privo della facoltà di muovere le gambe. Al divampare del fuoco per la faccia lo sciagurato don Mario apriva gli occhi lustri da gatto, e quindi subito li stringeva come persona, che ammicchi per lascivia: le gote, in prima pendenti, ora gli si distendevano stirate verso le orecchie, e mostrava i denti bianchi chiudersi e serrarsi; talchè pareva che ridesse di matta allegria.

Più di una volta tentai con le mani spegnere le fiamme: ma, oltrechè me le sentissi ardere da dolorose scottature, il leppo grave mi stringeva la gola. Finalmente la paura cacciandomi addosso il delirio della febbre, mi sciolse di un colpo le membra: — non corsi, volai via fuggendo da cotesto spettacolo abbominato, e nel fuggire il vento mi portava per le ombre della notte questa preghiera, singhiozzata dal misero don Mario nel rantolo dell'agonia:

«Ho voluto affogare la mia maledizione nel vino, ed il signor padre me lo ha convertito in fiamma dentro le viscere.... Ahi! ahi! — pietà.... misericordia... una volta sola lo inferno... e dopo spirata l'anima... Oh Dio!» —

Io mi chiusi gli orecchi per non sentir più lo strazio di quel doloroso guaio, ed alla prima chiesa che occorsi vi entrai dentro, e tuffai ambo le mani nella piletta dell'acqua santa; donde, poichè io me l'ebbi lungamente purificate, mi tolsi; ma non osando tuttavia uscire di sagrato, mi ridussi in un confessionale, e quivi quanto fu lunga la notte stetti battendo i denti per la gran febbre, che mi si era cacciata addosso.

Quando incominciò a spuntare l'alba uscii inosservato per mutarmi di vesti, e poi piano piano mi avviai per la contrada di santa Agata, dov'era successo il caso; non bene sicuro per anche, malgrado le scottature delle mani, se quanto aveva veduto fosse sogno d'immaginazione febbrile, o verità.

Appena io m'ebbi messo il piè nella ruga, i frequenti capannelli di popolo e le diverse novelle che si contavano a vicenda, mi persuasero il fiero caso essere stato vero pur troppo, ed a chiarirmene affatto io vidi...