Oh! vogliatemi credere, compagni miei, — non mi date del bugiardo, chè in verità di Dio voi lo fareste a torto — un volume colore carbone, non più grosso di un pane da cinque libbre... una qualche cosa, come sarebbe a dire, una palla di terra argilla sformata, in capo a questo volume... quattro pezzi di materia carbonizzata pendenti giù dai lati, uno insieme schifoso, strano e terribile, somiglievole, più che altro, ad una testuggine tinta in nero voltata sotto sopra... ecco tutto quello che avanzava dì don Mario.[14]

Lo schiamazzo, il frastuono, il lamentìo andavano a cielo. Un nugolo di frati, come i gabbiani sul mare agitato, si aggiravano pel popolo da molte passioni commosso, e andavano dispensando medaglie e insaccando testoni, secondo il solito. Uno di loro, nei panni e nella faccia tutto scarduffato, salito su di un muricciuolo, dopo averci predicato miracoli terribili e paure da cacciare la quartana addosso a noi altri poveracci che stavamo a udirlo, terminò con queste parole, che vi riporto tali com'ei le disse:

«Profferire più bestemmie in un giorno, che dieci conventi di cappuccine non cantino litanie in un anno: tenere sempre in mano il boccale, e non mai il rosario: frequentare le bische, le taverne e il bordello, ed esser vago di chiese come i cani delle mazze: — per vizi, che precipitano giù a scavezzacollo nello inferno, tenere sempre preparato uno scudo nuovo di zecca; e pei fraticelli di Dio, che stanno a fare penitenza per voi, e vi menano diritto in paradiso, non avere mai un papetto... Ma che parlo io mai di papetti? nè manco un bolognino! — nè manco un baiocco di quelli vecchi col verderame sopra! — I sacramenti tenuti cari quanto i sassolini dentro le scarpe... I perdoni avuti in conto di bruscoli dentro gli occhi... i digiuni di zanzare, l'elemosine di tafani. Queste, queste con altre più assai, che taccionsi honestatis causa, furono le virtù, fedelissimi e carissimi fratelli in Cristo, con le quali, e nelle quali venne a sostanziarsi quel peccato connesso, complesso, e per di più continuato, per cui il diavolo s'impossessò di quest'anima e s'impossesserà (se le speranze non tornano corte) quanto prima anche della vostra. Il demonio è venuto come leo rugens quaerens quem devorans, e con un colpo della sua terribile coda (dacchè i demoni giudicano e condannano soprattutto con la coda) lo ha frombolato dalla taverna nella ruga, dove avendolo abbracciato, stazzonato e baciato, mirate un po' come lo ha concio!...»

E qui messo il dito sopra quella parte delle reliquie infelici, che presentava la traccia della testa, ella venne a sciogliersi in polvere; per la qual cosa tutti i circostanti proruppero in un grido di orrore, e si allontanarono.

Ma questo spulezzare della gente non garbava punto ai disegni del frate, che, mugolando come toro di maggio, si sbracciò tosto a richiamarla con queste parole:

«Fratelli dilettissimi, alto là! Se muovete anche un passo, guai a voi, fratelli, e soprattutto a voi altre sorelle! Cristiani, accostatevi, e udite la vera verità dalla mia bocca: Non vi ha peccato, per quanto grande egli sia, il quale non possa trovar grazia appresso Dio mercè una contrizione sincera e profonda. Così è, dilettissimi: il pentimento non opera mica in ragione della sua durata, bensì in ragione della sua intensità: un sospiro, vedete, ma di quei buoni, è capace a sollevare la basilica di san Pietro fino alle porte del paradiso: anzi si legge sui libri stampati come abbia di questo il diavolo mosso querela grande davanti la Corte del cielo, specificando qualmente una lacrimetta pianta a tempo lavasse più, e meglio, che ventiquattro bucati di voi altre donne romane: ed egli dopo avere lavorato ben trenta, cinquanta, e talvolta ancora ottanta anni intorno ad un'anima per farsela sua, mentre già teneva aperta la bocca del sacco per insaccarcela dentro, ad un tratto si trovava con le mosche in mano, e come, puta il caso, sarebbe ad aver giuocato di noccioli agli aliossi; — e questa, rimettendosi, non gli pareva giusta. — Sulla qual cosa io lascio che giudichino i più savi di me: quello però che posso giudicare io si è, che la sbaglia a partito, prende un granciporro grossissimo chiunque si avvisa potersi pentire con una sola parte del corpo; mentre, per lo contrario, il pentimento deve resultare dal complesso delle intere facultà e potenze così del corpo come dell'anima: e se volete pentirvi in parti, fatelo, io non vel contrasto; ma deh! che non sieno queste parti sempre le stesse. Infatti voi dite: — Padre, mi sono pentito. — Davvero? E dove, figliuolo mio? — Padre, nel cuore. — Ottima cosa, e nobilissimo viscere è il cuore, io non lo vo' negare, e non lo nego; ma chi ci vede là dentro? Dio, e il beccaio: e noi dii non siamo, e per vedervelo, come fa il beccaio, bisognerebbe spararvi per lo mezzo. In questo voi non trovereste il vostro tornaconto: dunque, orsù, pentitevi con qualche altra parte che possa esser veduta anche dagli uomini senza spararvi; pentitevi un po' con la mano: vediamo, su, via, da bravi; un segno di questo pentimento con introdurvela in tasca, e cavarne fuori un'abbondante elemosina.[15] Taluno forse di voi mi domanderà: e a che pro la elemosina? per suffragare l'anima del defunto? Ma no; s'ella se ne andava nello inferno non ci ha più mestieri acqua santa, nè moccoli; egli sarebbe un raddrizzare il becco agli sparvieri. No, dilettissimi; quelli che vestono un abito come il mio non consumano più olio che vino, per consigliarvi a gittar via ranno e sapone; conciossiachè io vi abbia fatto toccare con mano, che la sua anima anche di mezzo agli artigli del Maligno poteva riscattarsi in virtù di un sospiro: ma forse perchè dalle porte Salara e del Popolo entrano carni e frutti, e di ogni maniera derrate, non pagano essi la gabella? Mai sì che la pagano. Qual è pertanto la gabella, che le anime hanno da pagare innanzi di entrare in paradiso? Ho io bisogno di dirvelo? Questo conoscono i putti; questo è noto anche a quelli, che non sanno nè anco a quanti dì vien san Biagio: il Purgatorio — il Purgatorio. Ora lascio fare a voi; per me non me ne intrigo, che ne perderei la tramontana: a voi lascio fare il conto di quante diecine di centinaia di migliaia di anni dovrà questa povera anima tribolarsi dentro le fiamme del purgatorio. Dunque la messa torna a matutino: suffragi ed elemosine. Ma se ci ha tra voi altri (o ci sarà di sicuro, perocchè fin qua mi giunga certo odore di zolfo, che mi sforza a starnutire) qualche maledetto da Dio, turco o cristiano rinnegato, che a ciò non creda, si faccia avanti questo ser tale, e mi dica, su via, se ad ogni modo i suffragi anderebbero perduti? No davvero; perchè o si applicherebbero alli parenti vostri, o sarebbero messi da parte in benefizio di voi medesimi ora per quando passerete a migliore vita: la qual cosa io vi conforto a fare, quanto per voi più sollecitamente si possa, per la massima gloria di san Francesco ed esaltazione della santissima Madre Chiesa in omnia sæcula sæculorum, amen

Tanto mi mossero le parole di questo valentuomo di frate, che sua disgrazia fu non avessi riscosso gli ottocento ducati, però che cento almeno io gliene avrei dati per suffragare le povere anime dei miei defunti padroni; non mi trovando addosso altro che uno scudo, quello donai, e volsi altrove i miei passi.

Per parecchi giorni mi rimasi come melenso, ma il peggio avveniva durante la notte: aborriva nutrirmi; strane fantasie mi si aggiravano per la testa; la terra sotto non mi pareva ferma mai, e le gambe mi tremavano. Come sarei andato a finire io non so, quando mi risovvenni di colpo della lettera, che avevo promesso consegnare a don Severo.

§ VII. Don Severo Massimi.

Alla memoria della maledizione di don Luca balzai ignudo da letto, sentendo quasi il fischio della frusta scossa per isforzarmi le gambe; onde, senza porre altro tempo fra mezzo, io mi disposi andarmene in traccia del marchese don Severo come mi sforzava religione di giuramento, e necessità di sollevarmi lo spirito agitato. Salito in nave ad Ancona, giunsi in Vinezia. Appena confortatomi alquanto dalle fatiche del viaggio, impresi a investigare sottilmente di don Severo: il quale, dopo moltissime ricerche mosse indarno, mi dissero per cosa sicura doversi trovare al Cerigo, luogo di convegno, per quel momento, delle galere della serenissima Repubblica; dove egli, mercè la molta bontà sua ed il valore miracoloso in più incontri dimostrato, era pervenuto al grado di capitano di galera, avendo schifato sempre avvantaggiarsi presso il Doge e i Signori per ottenere favore delle raccomandazioni del magnifico messere Marcantonio Colonna suo consorto. Non mi riuscì disagevole nè lungo rinvenire nave, sopra la quale imbarcarmi, dopo avere costeggiato le terre di Dalmazia; e fatto scala ad alcune isole del mare Ionio sottoposte al dominio viniziano, arrivai sul calare del giorno a Cerigo il dì undici aprile anno domini mille cinquecento ottantanove. In questa isola stanziavano per ordinario alcune fuste viniziane con altri legni minori sparvierati e sottili, messi là come sentinelle avanzate a speculare le mosse delle flotte turche, sorprenderle alla spicciolata, combatterle e impadronirsene, o apportare loro i danni, che si fossero potuti maggiori. Ond'io lascio che consideriate voi, se a quelli che li governavano, o vogli uffiziali o vogli marinari, e soldati, facesse mestieri essere arditi davvero, avendo a mettere quasi quotidianamente la vita in isbaraglio frammezzo a disperate avventure. Indicatami la galera di don Severo, mi parve bene presentarmi a lui nella sera stessa del mio arrivo.