Egli mi accolse silenzioso e grave, salutandomi con un sol cenno del capo; mi ascoltò senza proferire parola: ed io, comecchè ne avessi soggezione grande, pure attentandomi di guardarlo sottecchi, gli vidi espresso conficcato da una tempia all'altra il chiodo della maledizione paterna. Pallido egli era, e i suoi capelli neri gli scendevano giù per le guance e per le spalle rabbuffati a modo di criniera; profondi gli occhi e sanguigni; i sopraccigli irsuti ed aggrottati per guisa, che le pupille accese traverso i peli parevano fuoco in mezzo ad un roveto; nel nome, insomma, e nelle sembianze egli appariva Severo. Sempre chiuso in sè, passava le intere notti a pregare genuflesso sopra i freddi gradini dell'altare, davanti la immagine di Gesù crocifisso; delle altre pareva non facesse conto; correva fama eziandio ch'egli costumasse portare addosso il cilicio, e lo avevano sentito più volte, nel buio, flagellarsi a morte senza dire un fiato. Con i soldati e con i marinari egli procedeva spietatamente giusto: nelle zuffe piuttosto belva feroce, che guerriero valoroso; di dare, e verosimilmente di ricevere a quartiere, alla ricisa nemico: ogni menomo indugio lo faceva montare in furore: non pativa esitanza, non monito: sua smania irrefrenata, suo delirio supremo, scorto appena un naviglio nemico avventarglisi addosso, arrampicarsi su pel sartiame, e combattere pugna manesca sul cassero. Sembrava cercasse con sommo studio la morte; e questa, siccome vediamo per ordinario accadere, quanto più era cercata, tanto più lo fuggiva: molte, e sconce ferite gli avevano lacero il corpo; ma, provvidenza o caso, egli era riuscito a non rimanerne storpio della persona. Siccome poi delle prede fatte egli non serbava per sè parte alcuna comecchè minima, ma le distribuiva generosamente intere alla ciurma, ne avveniva che marinari e soldati, un po' per affezione, molto più per paura, ogni suo cenno con esattezza eseguissero, nè di gittarsi a capo basso fra le baruffe più arrisicate balenassero. Tal era pertanto don Severo Massimi, l'ultimo dei figli maledetti da don Flaminio marchese di santa Prassede.

Prese la lettera del fratello don Luca, la lesse tre, quattro volte e sei senza stringere labbro nè ciglio, o con altro moto qualunque palesare la interna commozione dell'animo; poi, levati gli occhi al cielo, esclamò:

«Oh! se bastasse... Povero don Luca! egli fu sempre per noi amoroso fratello... ed uomo di ottimo giudizio... onde a me pare impossibile, che egli non siasi accorto noi spingere inevitabilmente a mala morte la maledizione paterna, e la vendetta di Dio.»

E rivolgendo a me la sua faccia, proseguiva pacato:

«Don Luca mi scrive lettere, nelle quali mi annunzia sentirsi prossimo a morire; non pertanto io osservo i suoi pensieri gagliardi, e la scrittura ferma così, che uomo sano non traccerebbe diversa. Non si sarebbe egli per avventura reciso la gola?»

«Eccellenza no.»

«Preso veleno?»

«Oibò! le pare?»

«Gittato nel Tevere!»

«Nemmeno.»