«Eh! già, così doveva ben essere; incerto il modo, certissimo il fine. — Strana cosa però!... Don Luca aveva migliori viscere degli altri, e non pertanto gli è toccata la morte più trista... ed ha commesso i delitti più atroci. Fatalità, che strascina! E noi siamo condannati non pure a capitar male, bensì a perdere la vita con accidenti strani e terribili, onde lo esempio nostro ammonisca a un punto e minacci. Però...»

E qui si tacque rimanendo sospeso come persona, che ascolti le parole di un'altra; e quando gli parve che avesse cessato di favellare, quasi rispondendo, riprese:

«Io vi chieggo mille scuse, ma non mi rimuovo dal mio proposito niente: ogni offesa ha espiazione, ogni vendetta confine; e la morte ignominiosa, signor padre (e qui si riscaldava, e su per le gote gli saliva un colore di rosa appassita), la morte ignominiosa poteva essere risparmiata da lei; — non fosse altro pel decoro della illustre casata donde ella e noi nasciamo — e per rispetto al suo bene amato Pompeo, a cui doveva essere studio comune trasmettere senza macchia la nobiltà del lignaggio dei Marchesi di santa Prassede. Lo avessero almeno giustiziato come a gentiluomo si addice! — Dite voi (m'interrogava ad un tratto, sbarrandomi incontro gli occhi ferocemente stralunati) come giustiziarono don Luca, con la corda, o con la scure?»

«Con la corda? Nè manco per ombra! O che forse, dappoichè ella non ci è più, crede che le sieno state dismesse le buone creanze in Roma? Don Luca reclamò i privilegi del suo sangue, ed ottenne di quieto avere il capo mozzo per filo e per segno.»

«Laudato Dio!.... ed anche questo è pure qualche cosa pel mio cuore desolato.»

Egli è di facile contentatura don Severo, pensava così tra me e me; quando egli riprese a tendere il collo, ed a porgere le orecchie come per ascoltare; e poi di nuovo immaginando egli nella viziata fantasia di dar risposta allo udito, soggiunse: «No di certo.... io non sofistico.... io non presumo scusare i miei fratelli, molto meno me: — però, mi creda, il vituperio pungeva atrocissimo e tale, che ogni gentiluomo onorato doveva sentirsene disfatto senza riparo nella fama. Ma che mi burla, signor padre! Non sa ella come predicava l'obbrobriosa scritta? Forse non lo avrà informato veruno; adesso, che siamo al termine della tragedia, favorisca ascoltarmi. L'obbrobrioso libello era intitolato a lei, signor padre,.... a lei rappresentante e capo della prosapia dei Marchesi di santa Prassede, e diceva per lo appunto così:

«Le corna di oro e' fanno come i denti;

«Rodon cresciute, e dolgono nascenti.»

Come se il principe don Marcantonio Colonna avesse rinvenuto in lei un vile paltoniere, che si fosse indotto a prestare il suo inclito nome per moneta, onde servisse di tabarro agli amori di lui con la bella Siciliana. — Eh! signor padre — la non tentenni il capo, e non si ostini a dire di no. Nei piedi nostri, veda, vostra signoria avrebbe fatto lo stesso, e forse peggio. — No?.. No?.. Ed io, salvo rispetto, persisto a replicare: sì, sì. Per Cristo santo, e vivo! bisognava non avere sangue nelle vene per patire di queto cosiffatti improperii. Dica piuttosto, che la fatalità nostra, ed anche la sua volle così, che dirà bene, e basta.»

Tacque; e poco dopo, tutto raumiliato come se avesse ricevuto qualche rampogna, riprese: