«No, senta signor padre, io non lo faccio per redarguire, nè per accusare; anzi mi chiamo soddisfatto del mio destino, e ne ringrazio Dio: egli era così per dire, e forse valeva meglio tacere; imperciocchè nè anche l'Onnipotente potrebbe cancellare lo accaduto.»
Io voltava gli occhi al punto ov'egli indirigeva la favella; ma non mi riusciva scorgere persona, appunto come don Luca; sicchè incominciava a entrarmi il tremito della paura addosso, e desiderava trovarmi un miglio lontano da cotesta stanza; quando don Severo, allo improvviso chiamatomi per nome, mi favellò:
«Io qui non possiedo altro albergo, dalla mia galera in fuori; andate a bordo, e intanto ristoratevi: domani poi mi chiarirete a vostro agio se piacevi restare, o andarvene. Se vorrete rimanervi, io vi accomoderò con vantaggio vostro di presente, e con speranza di meglio in avvenire: — ed io quanto più so e posso vi conforto a questo, perchè non può farsi nel mondo opera che tanto approfitti alla salute dell'anima, quanto spendere la vita in combattere i nemici della fede di Cristo. — Se all'opposto scerrete partire, io vi darò commiato in guisa, che vi chiamerete satisfatto: come vi talenta meglio operate.»
La mattina dalla parte di oriente incominciava a comparire un colore grigio chiaro, che a mano a mano si faceva di rosa, quando amore di rinfrescarmi con la brezza matutina invogliandomi a salire sul ponte, io v'incontrai don Severo; il quale, con la vista tesa facendo delle mani solecchio, guardava qualche oggetto lontano sopra l'orlo estremo dell'orizzonte.
«Due... sei.... dieci..... Per san Marco! ella è tutta un'armata.» Egli esclamò.
Io pure mi posi a speculare, ma non iscorsi nulla. Don Severo dà un fischio, e subito dopo, come se fosse sbucato di sotto alle tavole per le fessure, comparve il comito della galera. Don Severo con presti accenti gli favellò:
«Momolo, stamani hacci passo di smerghi: vedete per costà lo stormo dei mali uccelli: guardiamo un po' se qualcheduno ci riuscisse sbrancarne. Lasciate stare la galera; faremo meglio con la fusta: quaranta rematori bastano a spingerla come sparviere; del rimanente è in punto, che ieri la visitai da per me stesso dalla carena al pappafico; — tra dieci — tra cinque minuti alla banda della galera.»
Udii, in meno che non si recita un credo, lo sfrenellare della ciurma; e la fusta sottile volava sopra le ale dei remi, tutta impaziente, tutta spumante, — cavallo arabo dei mari.
Andiamo a vedere anche questa, io aveva detto nel calarmi dalla galera nella fusta; ma poi provai, che sarebbe stato meglio per me andare a terra, o rimanermi a bordo.
Ora sapete voi, che cosa mi abbia tagliato così la faccia? Su, dite, via: giuoco Roma contro uno scudo, che veruno di voi la indovina in mille.