Giunto sul campanile, in un colpo d'occhio comprenderà quello che io mi affaticherei invano dargli ad intendere con molte pagine, e vedrà come se il cielo sorride a Firenze, Firenze ancora sorride al suo cielo, e il riso loro vicendevolmente ricambino a guisa d'innamorati; — gli parrà rinnovata l'antica storia dei figliuoli di Dio presi di amore per le figliuole degli uomini, nè Dio per questa volta sdegnato nel connubio — mandare a castigarlo il diluvio, sibbene benedirlo dall'alto con un torrente di luce[138].

Disposti gli alloggiamenti, le difese provviste, le sentinelle collocate, Filiberto d'Orange, diligentissimo capitano e come quello sul quale riposava la somma della guerra, non fidandosi altrui, volle di per sè stesso esaminare ogni cosa. Montato sopra generoso cavallo, lo accompagnando le sue lancie spezzate, visitò i diversi posti, suggerì opportuni provvedimenti, raccomandò ai colonnelli stessero in procinto; e quando gli parve adempito il suo debito, essendo già discesa la notte, si avviò ai suoi alloggiamenti giù al piano in certe case dei Guicciardini tra la piazza del Mercato e le forche.

Sia che memorie del passato o disegni del futuro lo tenessero inteso, allenta le briglie al cavallo e lascia che di buon tratto di strada lo precedano le lance spezzate; così s'inoltra nella notte, non badando al rumore confuso del campo nè ai fuochi accesi sopra tutti quei poggi: all'improvviso il cavallo si arresta, ed intende una voce di uomo che si lamenta.

«Ormai il dado è tratto; — tra morire infame, o morire invendicato, mi piacque la vendetta», con parole interrotte mormorava la voce; «ma per aver vendetta mi bisogna dar fuoco alla patria, — ed io l'amo questa patria; — nè l'amico di Filippo Strozzi dovrebbe travagliarsi in pro dei Medici.... non pertanto il fato ci avviluppa insieme; noi non siamo padroni del fato.»

Qui il cavallo del principe mutando passo urta una pietra, la quale smossa rotola ai piedi dello sconosciuto, che tosto rizzatosi domanda in suono superbo:

«Chi sei?»

«Non so se amici», rispose il principe, «ma non certo nemici; voi mi parete il Bandino, ed io sono Orange; il mio cavallo ha sbagliato sentiero, m'ingegnerò ritrovarlo: — buona notte, messere.»

«Ditemi, principe,» soggiunse il Bandino arrestandogli per le redini il cavallo, «in conto di che mi avete voi?»

«Ma... nel conto che mi avreste me, s'io fossi voi.»

«Principe, in mercede parlatemi aperto, in qual concetto mi tenete?»