«Ditemi principe,» soggiunse il Bandino, arrestandogli per le redini il cavallo, «in conto di che mi avete voi?» Cap. VIII, pag. 208.

E queste parole profferisce con rabbia sì intensa, e le parole accompagna con tanto convulso atteggiare di muscoli e stridere di denti che il principe si ritrasse di alcuno spazio indietro come spaventato; dopo breve silenzio egli disse:

«Bandino, i tempi di sostenere a tutta oltranza l'onore delle dame non corrono più, e nondimeno, come cavaliere cristiano e figliuolo amoroso, io prendo a provare in campo chiuso la mia genitrice per la più casta ed onorata matrona del mondo...

«Rammento il giorno e il luogo in che ella primamente mi comparve dinanzi», continua il Bandino senza rispondere alle parole del principe, fisso com'era nel suo pensiero; «per la festa di san Zanobi in santa Maria del Fiore, là presso alla parete ov'è sospeso il simulacro del divino poeta,[139] i nostri occhi s'incontrarono insieme; parve che i miei sguardi la infiammassero, perchè ella si fece accesa nel volto, come le vampe di fuoco le ardessero davanti, ed abbassò il velo: poco importa; ormai la sua immagine mi stava incisa nel cuore; dovunque guardassi io la vedeva; ed in vero ella si partì dalla chiesa, io non rimossi mai gli sguardi dal luogo che ella tenne occupato; gli uffici divini cessarono, tacquero gli organi, spensero i ceri, ed io pur sempre mi rimaneva immobile credendo tuttavia di vederla. Agevole cosa mi riuscì conoscere chi ella si fosse, a quale casata appartenesse: nobile stirpe e superba, di ogni bene di fortuna largamente provvista; ma anche i miei nacquero di gentile lignaggio, se non che gli averi erano scarsi; la mercanzia siccome aveva favorito la famiglia della donzella, aveva nabissato la mia. Secondo il costume dei giovani cominciai a passare sovente sotto alle sue finestre; presi dimestichezza con gli artefici vicini per avere onesto motivo di trattenermi nella contrada; nella notte o sul mattino, accompagnandomi sul leuto, le cantai sotto il balcone dolcissimi versi d'amore; praticai in somma quello che costumano coloro cui scalda il petto l'ardente fuoco della passione e non sanno trovare modo altro diverso da manifestarla alla amata donna. Con quanta speranza io mi moveva da casa, e come avvilito vi rientrava! Verun cenno apparve alle finestre mai; mai vidi sporgere un capo il quale indicasse intendere all'amoroso lamento; io conduceva tristissimi giorni disperato della vita. Certa volta che dopo lunga e sempre vana dimora mi era fermato a novellare con certo archibusiere della contrada, io mi tornava a capo basso, dolente; giunto che fui allo estremo della via sul punto di scantonare, una ispirazione interna mi disse: volgi la testa, — ed io di subito mi voltai: una figura si ritrasse dalla loggia alta della casa, veloce più che mano non si allontana dal ferro rovente; — amore aguzza lo sguardo, ed io la riconobbi... era ben dessa, e ne piansi di gioja. — Deh! in cortesia, monsignore, vogliatemi perdonare s'io vi trattengo con la storia di siffatte quisquilie... Se sapeste però come taglienti me le abbia incise la memoria nel cervello... se lo sapeste! non vi dirò come trovassimo modo a favellarci; non vi dirò nemmeno come per una serie di eventi ora tristi ora lieti e sempre pieni di passione venisse lo istante nel quale la fanciulla, vinto il pudore verginale, mi confessava: Io ti amo... Io vi giuro, monsignore... in che vi giurerò io? Non conosco più nulla di sacro nella terra o nel cielo. E pure gli angioli avrebbero potuto senza velarsi gli occhi con le ale contemplare cotesti colloquii, imperciocchè le parole e gli atti vi fossero casti quanto quelli ch'essi alternano in paradiso. Io ti amo! ella mi disse: ora, quando anche vi avessi fede, la vita futura non m'ispira speranze nè terrore; il gaudio dei santi e i tormenti dei reprobi io gli ho provati. — Comunque vi ponessimo diligentissima cura, non potemmo tanto cauti procedere nei nostri amori che alfine uomo non se ne accorgesse; già non si cela amore! — All'improvviso ogni via di vederla mi venne tronca nè in chiesa più nè in casa di amiche o di parenti; il suo palazzo chiuso, impenetrabilmente chiuso. Certa notte ch'io mi vi aggirava d'intorno come forsennato, sento una man forte percuotermi sopra la spalla e minacciarmi una voce: — Fa di allontanarti da queste contrade, se tu non vuoi lasciarci la vita. — Trema egli Appennino ai venti di primavera? Tale mi rimasi io alle superbe parole, e continuai a visitare di e notte quei luoghi più frequente di prima. Non corse gran tempo da questa a un'altra notte nella quale, passando vicino alla dimora dell'amata donna, di repente un colpo mi ferisce sul fianco; e fu sì fiero che, sebbene io me ne andassi riparato di giaco, il pugnale lo trapassò fuor fuori rompendovisi dentro: poco mancò non percotessi con la faccia la terra; non mi smarriva di animo per questo e, tratto di sotto la cappa la spada, mi posi in difesa; erano tre, e due fuggirono, il terzo rimase; essendo buio fitto, ci saremmo per certo uccisi ambidue, quando i vicini svegliati al rumore si affacciarono ai balconi coi lumi; io vidi allora il mio nemico armato di spada e pugnale: a mia posta strinsi lo stiletto, ed opponendo al suo stile la spada, alla sua spada lo stile, cominciammo un gagliardo combattimento; i vicini urlando raccomandavansi non volessimo insanguinare la contrada; vedute riuscire le raccomandazioni invano, chiamavano la famiglia del bargello; noi non gli ascoltavamo e tuttavia attendevamo a schermire. Egli era franco cavaliere il mio nemico e spedito così che ben ci voleva arte e prontezza per accorrere alle difese; chi fosse ignorava: — il volto tenea coperto con la maschera di velluto. Durava da un quarto d'ora il duello, nè la fortuna pendeva da una parte piuttosto che dall'altra, quando ecco accorgermi ch'ei tenta imprigionarmi la spada e strisciando col pugnale lungo là lama ferirmi; uso l'inganno e fingo lasciarmi vincere, sicchè egli, precipitando a mano destra l'offesa, allenta a mano sinistra la difesa; allora con un punto rovescio ponendo la sua spada a contrasto tra la lama del mio pugnale e la traversa, le do a leva di forza e gliela faccio balzare di mano: nel medesimo tempo indietreggio di un passo, riguadagno la mira e poi sottentro veloce tenendo a bada con la spada il suo pugnale ed incalzandolo mortalmente col mio: povero di consiglio, presago oramai del suo fine, mentr'egli cerca salute nei passi retrogradi incespica e cade. La maschera gli sfugge dal volto, le sue sembianze rivela; allora un altissimo grido mi percuote, sollevo gli occhi e vedo la donna mia scarmigliata affacciarsi alla finestra e, tese le braccia supplicare in mercede: Deh! per Dio non lo uccidete, ch'egli è mio fratello di sangue. — Già dal suo palazzo prorompevano intanto armati e il padre per aiutarlo: intempestivo soccorso perchè la sua vita stava nelle mie mani. Riposi pacate la spada e il pugnale, e la mano gli porgendo a sollevarlo. — Messère, gli dissi, potrei darvi là morte, ma penso dovere esservi molto maggiore castigo la vita; perchè tanto odiate chi vi ama? — Ciò detto partii. — Bene, nei giorni successivi e nelle notti non disusai aggirarmi per quelle contrade e di tenere fisso lo sguardo al palazzo; d'ora in poi mi fu chiuso come il sepolcro: i vicini interrogati rispondevano non avere più veduto la fanciulla nè donna altra di casa; aggiungevano alcuni: Forse la menarono in villa. Ed ecco ch'io percorro le campagne, prendo voce, indago, per iscoprire mi travesto, e sempre invano; così che alfine ne perdo affatto ogni traccia. Spesso, di animo e di corpo abbattuto, truci immaginazioni mi spaventavano: — l'avessero uccisa! — e la morte di lei in cento modi diversi e tutti terribili agitava la inferma mia mente; — appena io mi era ristorato alquanto, tornava col mattino la speranza... Voi ben sapete come sia la speranza palpitante e vitale nel giovane innamorato. — Alfine io sopravvissi alle sue lusinghe e, fatto cadavere prima di chiudere gli occhi al sonno eterno, mi distesi muto sul letto aspettando e invocando la morte. Le lagrime del povero padre mio che amava tanto e la poca vita tenace a rimanersi mi concitavano a sdegno, sicchè un giorno empiamente gli dissi: Lasciatemi in pace, padre mio: il male maggiore mi venne da voi quando mi deste la vita; ora concedete che al vostro misfatto io ripari procurandomi la morte! — Mio padre cessò il pianto, e seduto a lato del letto mi abbracciò con ambe le mani le ginocchia dicendo: — Moriamo insieme; — ed io: — Moriamo, se così vi talenta. — E certo morivamo di inedia, quando sul declinare del giorno udimmo strepito alla porta della camera, e subito dopo entrare un giovane di oneste sembianze, il quale piegatosi al mio orecchio susurrò: — Per quanto vi è cara la vita di colei che amate, sorgete e venite meco! — Lo fissai con occhi esterrefatti e immaginando la sua apparizione errore della fantasia: — Partite, risposi volgendo il fianco sopra l'altro lato, chè io non posso andare standomi in colloquio colla morte. — Ma egli si dimostrò cosa reale e parole mi disse per le quali sentendomi all'improvviso pieno di vita, mi gettai giù dal letto e gli tenni dietro. Mio padre vinto dalla stanchezza dormiva... nè io pensai a svegliarlo e per suo conforto avvertirlo; non mi venne neppure in pensiero quale e quanta sarebbe stata la disperazione del vecchio destandosi e non vedendomi più, inconsapevole di quello fosse accaduto di me... tanto è demonio l'amore! — Arrivato all'aria aperta, mancarono al desiderio le forze; e sarei caduto, se lo straniero non mi avesse sorretto e accomodato in groppa al suo cavallo. Con misteriosa diligenza giunti sul canto di Via dei Pescioni, consegna il cavallo a un famiglio quivi appostato e sorreggendomi mi conduce verso il palazzo della mia donna. Ben mi cadde in pensiero il tradimento, ma non lo temei, tanto, peggio di vivere non poteva accadermi: fu aperto un usciuolo, mi trassero silenziosamente per diverse sale e poi mi deposero dentro una cameretta: vidi un piccolo altare, sentii odore d'incenso, l'aere calda, indizii manifesti che il Viatico si era soffermato là dentro, e presso l'altare sopra un letto mi occorse giacente la donna mia, calate le palpebre, le labbra bianche e la pelle del colore di cera, come persona prossima al transito; — sentii uno stringimento di cuore e caddi privo di conoscenza, lieto pensando di toccare l'estremo momento della mia vita. — Quando rinvenni, mi percosse in prima uno schiamazzo, un pianto e preghiere e minaccie in molto terribile guisa: apersi gli occhi e vidi il padre della donna mia avvampante di sdegno, con labbra enfiate rampognare certe donne che gli stavano attorno con atti supplichevoli e lo fermavano per le braccia con parole dolcissime raumiliandolo. Il giovane a cui aveva salva la vita, quando il padre sembrava piegare agli scongiuri delle donne, se gli accostava all'orecchio e gli dicea parole che a guisa di vento suscitavano la fiamma dell'ira in quel vecchio feroce. La donna mia piangeva, ma le mancava la forza di articolare parola, ed a me pure mancava: mi provai più volte, e sempre invano: al fine fiocamente favellai: Pel sangue di nostro Signore Gesù Cristo, lasciateci morire in pace! — E quasi fosse stato sforzo superiore alla mia poca lena, svenni di nuovo. Tornato lo spirito agli uffici consueti della vita, mi vidi al capezzale il padre della donna, il quale con volto benigno, Attendete a ristorarvi, mi disse, e preparatevi ad ascoltarmi; quello che il cielo vuole forza è che uomo anche voglia! — Lo rividi verso sera, ed accostatosi quanto più presso poteva al mio volto, — Figliuol mio, cominciava, poichè umano argomento non vince l'amore che la mia figliuola ti porta, e poichè vedo a prova manifesta come anche tu ardentissimamente l'ami, e il contristarvi le nozze sarebbe certa cagione della morte di entrambi, a Dio non piaccia che in questa mia vecchia età prossimo a rendere conto della mia vita all'Eterno, contro al mio sangue mi renda micidiale. La tua stirpe è gentile, i tuoi costumi onesti: una sola cosa mi offende in te, e non è tua colpa, voglio dire il difetto dei beni di fortuna, ciò mi trattenne fin qui dal consentire che tu tolga in moglie la mia figliuola Maria: tu saprai un giorno quanto piaccia al cuore del padre allogare i figliuoli in famiglie più potenti della sua e quanto all'opposto rincresca scemare; però siete giovani entrambi, che tu non mi sembri toccare il diciottesimo anno, e la fanciulla appena ne conta quindici: la fortuna, come donna, ama i giovani; viviamo in tempi nei quali riesce di leggieri, a cui vuole davvero, metter insieme danari; sopra tutte le parti del mondo vedo prosperare i nostri mercadanti in Ispagna, fuori di misura doviziosa per l'oro che a lei mandano le Indie non ha guari scoperte. Io ti prometto la figlia: fidanzatevi, ve lo concedo: poi su questa croce giurami che te ne andrai a procacciare tua ventura in Ispagna per tornare presto a condurre donna e statuire famiglia con lo splendore conveniente alla stirpe donde esci e a quella a cui la tua moglie appartiene. — Promisi e con pieno cuore; — qual cosa non avrei io promesso? Restituito alla vita, rigoglioso di giovanezza, felice per potere consumare i miei giorni al fianco della donna amata e dirle: — Io ti amo, e sentirla rispondere: Ed io pure ti amo; — parole mille volte ripetute e mille volte ascoltate con dolcezza ineffabile... miracolo nuovo di amore! — Ebbro del presente, dimenticai la promessa, che troppo mi occupava l'anima la mia passione per conservare memoria di quello che fu, paura per quello che sarebbe stato. — Più volte mi parve esitasse il padre di turbare così lieto vivere esigendo l'adempimento della promessa: pure una notte, quando me lo aspettava meno, mi trasse in disparte; e, Figliuol mio, — così favellando piangeva lacrime forse vere e forse finte, perchè chi aggiunge l'uomo nella simulazione? — Figliuol mio, quanto più ti trattieni, e più allontani il tempo delle tue nozze: va, la stagione ti corre propizia, ed io ho ferma speranza in Dio di rivederti fra due anni tornato ricco a casa. — Vi tacerò gli augurii, i pianti, le disperazioni per trattenermi, e poi i voti, le promesse, i giuri quando fu determinata la partenza; tutte cose meste, non dolorose nè di triste presagio, come quelle che da lontano illuminava la speranza: solo l'aspetto del fratello era in quel tumulto di passioni quasi serpe tra i fiori, quasi Satana nel Paradiso terrestre: mi stese la mano, ed io la sentii umida di freddo sudore, n'ebbi ribrezzo come se avessi tocco la pelle di un rettile: — ma la gioventù è obliosa, la sperienza viene col tempo e ci fa notare questi eventi col sangue più puro del nostro cuore. La fortuna, per flagellarmi meglio, spirò un fiato favorevole nelle vele; partii, giunsi e dimorai a Cadice e a Siviglia, dove impresi traffici smisurati: nei traffici rovina agli altri, io cresceva; i pazzi consigli miei riuscivano meglio dei savi provvedimenti altrui; apparvi oracolo, e fui soltanto avventuroso; la turba m'invidiava, mi applaudiva ed adulava. Le lettere prima mi vennero frequenti da casa, poi più rade, ma affettuose pur sempre, — in seguito più rare ancora, — finalmente cessarono; ciò accadde presso al terminare del secondo anno, epoca in cui aveva statuito il ritorno; la mancanza di nuove mi tenne di mala voglia, non mi sconfortò nè fece temere infortunio, imperciocchè sapessi come Giovanni d'Albret re di Navarra, cacciato ingiustamente dal regno per opera di Ferdinando d'Aragona, avesse co' soccorsi di Francia ricuperato l'antico dominio, e quivi si agitassero terribilissimi combattimenti, a cagione dei quali il comunicare per terra di uno stato all'altro veniva rotto, e dalla parte di mare i legni di Francia e degli alleati loro, tra i quali fedelissimi si mantenevano i Fiorentini, non si attentavano farsi vedere nei porti di Spagna. Incerto del ritorno, lascio fondaco aperto in Siviglia, ed imbarcatomi sopra un brigantino giungo a Genova; travagliato dal mare che sembrava volesse impedirmi il ritorno, continuo il viaggio per terra; nessuna lettera mi precede; intendo arrivare inaspettato e sconosciuto. Oh come forte mi tremò il cuore quando prima scopersi da lontano la cupola della basilica nostra! se avessi avuto l'ale non mi sarebbe sembrato di affrettarmi a mia voglia: pur giungo e difilato mi avvio alla casa paterna; la mano mi manca per bussare alla porta, altri bussa per me, si apre, chi mi apriva non guardo, corro, corro in traccia di mio padre; la casa è vuota!.... Rifaccio i passi, e vedo il vecchio genitore genuflesso davanti un Crocifisso, e ascolto tra i singhiozzi pregare riposo all'anima mia.... — Sono io morto, perchè mi diciate il requiem? — esclamo maravigliato; e il padre piange e più che mai si raccomanda: mi accosto, ei trema e non ardisce guardarmi. Anima benedetta, egli diceva con stupenda prestezza, anima benedetta, va in pace, io spenderò in suffragarti l'ultima mia masserizia... va in pace. — Tornate le persuasioni invano, mi vinse lo sdegno, mi dolsi del modo col quale mi accoglieva, minacciai andarmene tanto lontano che mai più avrebbe riveduto la mia faccia, di poco amore lo rampognai. Egli sorse allora tra stupido e spaventato, e: Tu vivi? — mi domanda con parole interrotte... Mi tocca... mi bacia... e quando il suo dubbio fu tutto spento, crudeli! crudeli! esclama e mi cade semivivo tra le braccia. Qual io rimanessi non saprei con discorso convenevole raccontarvi. Egli rivenne tosto, e io ansiosamente gli domando: Ch'è questo, padre? e la donna mia? — La donna tua? mi risponde, — quanti ne corrono del mese? — Il dieci di febbrajo. — Il dieci, veramente il dieci? — Sì, il dieci. — Vieni a vedere la tua donna, — e con impeto giovanile mi trasse fuori di casa. Giungiamo alle porte di Santa Maria del Fiore; quivi incontrammo fanti e donzelle, i quali tenevano per le redini in copia palafreni; entriamo in chiesa, la più parte sepolta in profondissima oscurità; andiamo oltre, e pervenuti al punto della nave dove sospeso alla parete si ammira il simulacro di Dante, coronata con la ghirlanda nuziale, con lo sposo al fianco, blandita da gioconda comitiva, ritorna da legare la sua fede eternalmente ad un uomo dal piè degli altari una donna, e questa donna è la mia!... Empii di un grido orribile le volte del santuario e, stretto il pugnale, mi precipitai a trucidare la spergiura; mutati appena due passi, il ghiaccio di un ferro mi penetra nelle viscere, e precipito avvolgendomi nel mio sangue sul pavimento. Non piacque all'inferno ch'io mi morissi: udite stupenda nequizia umana! Aperti gli occhi, mi trovo giacente sopra miserabile pagliericcio, dentro una stanza vuota, le mani e i piedi stretti da funi... non mi rinveniva, cercava con la mente nè giungeva a indovinare in qual luogo mi avessero condotto e perchè così legato. All'improvviso mi spaventa uno schiamazzo confuso di minaccie, di percosse, di pianto, di preghiere e di risa; e sopra tutte queste voci tempestare un urlo che diceva: — Chiudete le porte, san Pietro! — san Paolo, di grazia, a che tenete quello spadone ai fianchi? — Or dov'è andato l'arcangiolo Michele? — I demoni danno l'assalto al paradiso.... e' l'hanno preso, — l'hanno preso, — scomunicati! — eretici! — così bussate il Padre Eterno? poveraccio! — Mi accorsi che mi avevano condotto all'ospedale dei pazzi. Nè stette guari che, aperti gli usci della stanza, vidi entrare diverse genti, che riconobbi dagli abiti pel medico, lo spedalingo e i servigiali. Il medico, lindo, aggraziato, superbo del suo bel mantello pavonazzo, si accosta al letto e, vedendomi con gli occhi aperti, mi domanda: — Come va, frate? — Oh Dio! messere, una gran doglia il fianco destro mi tormenta, e queste funi mi segano le braccia: deh! per la croce di Cristo scioglietemi, che soffro tanto che poco più si ha da soffrire nell'inferno. — Il mastro, tastandomi il polso senza altrimenti badare alle mie parole, si volge allo spedalingo e gli dice imperturbato nel volto: — Reverendo, non vi lasciate ingannare da questa quiete apparente; le arterie gli battono come se fosse un cavallo, con buon rispetto parlando; è natura di questi morbi rimettere alquanto della loro malignità per quindi travagliare più veementi di prima: non gli sciogliete le mani: perchè non ha egli preso la purgagione? Ingegnatevi fargliela trangugiare, se non per amore, per forza. Il cerusico muterà l'apparecchio alla ferita: — badate che non si agiti quando lo medica; ogni moto qualunque gli apporterebbe certissima morte. — Davvero le arterie dovevano battermi con impeto; io sentiva dentro ribollirmi il sangue, non potendo sostenere coteste parole che mi sonavano dileggio. — Scioglietemi, gridai, o me ne renderete ragione davanti gli Otto: chi vi ha detto che io sono pazzo? Dov'è questo marrano, questo ribaldo? Io fui tradito, percosso, ed ora mi legate per pazzo... ve la dirò io la storia... uditela... forse ne sentirete pietà. — Ecco, interuppe lo spedalingo dal volto di colore del piombo, i sintomi da voi presagiti ritornano; un accesso di mania lo minaccia... — È indubitato! risponde il medico aggiustandosi con sufficienza il collare, e si dispone a partire. — Forse non volendo il medico mi conservava la vita; imperciocchè se mi avessero sciolto un momento, malgrado la debolezza estrema, la piaga mortale, io sarei balzato dal letto per correre non già alla vendetta ma al sepolcro... e per avventura era il meglio. Se colà dentro io non perdei lo intelletto, ne ho l'obbligo al pensiero fisso dei miei dolori, il quale non mi concedeva che non ponessi troppa mente ai miseri rinchiusi nell'ospedale. Immaginate: da un lato mi stava una madre maniaca la quale nell'ultima piena dell'Arno aveva perduto casa, marito e due figli. Ogni notte, quando il sonno cominciava ad aggravarmi le palpebre, ecco la donna con urli lugubri gridare: — La piena viene!... la piena viene! — prendi il tuo figliuolo, Giovanni; io prenderò la bimba, e fuggiamo via... — E dopo poco mutando voce riprendeva: — Sta cheta, strega, io vo' dormire; se non ismetti di gracidare ti do della marra sul capo... — Sii maledetto! borbotta fra i denti e quindi soggiunge con voce naturale: — Lévati, prendi il figliuolo e quanta masserizia più puoi; ubriacone, lévati... senti.... senti.... ah! non è più tempo.... misericordia! che notte!.... guarda alla vampa del fulmine il fiume che precipita... fuggi... — Io vo' dormire. — Dormi: gran mercè dell'aiuto! Tancia, Lessandra, che notte! acqua e fuoco; ma la Dio grazia io tengo l'argine; costà ho lasciato in gola al fiume poche cose in verità... le masserizie e il marito.... e un figliuolo... dalle masserizie... in fuori devo ringraziarne la fortuna... mi basta la figliuola.... questa ho menata con me.... io l'amo tanto! — e qui, a dirvela in confessione, Tancia, la mia figliuola Nannina l'ho avuta dal vostro fratello Baccio; ci amavamo prima ch'io andassi a marito, e non me lo sono potuto scordare; il sere mi dice ch'è figliuola del peccato... ma oh! io amo la figliuola e il peccato.... Nina, vieni.... dove sei? Nina.... Nina.... in qual parte ti sei cacciata adesso? Se la nascondeste, donne, rendetemela per carità... se l'avete veduta, indicatemela... me ne fossi dimenticata.... no.... sì.... ah trista me! l'ho scordata. Baccio, va a salvare tua figliuola; ah! egli non si vede.... egli tarda.... e il tempo stringe.... Chi siete voi? uomini forse? andate a salvarmi la mia Nannina; non posso offrirvi nulla, la piena mi ha portato via ogni bene della terra; se vi piaccio, vi abbandono il mio corpo; se no, voi avrete per certo a rifabbricarvi la casa; le acque vi hanno affogato il giumento, io vi porterò pietre e calcina.... non siete andati? Non volete andare? Iniqui! scherani! e l'ora fugge, e la maledizione non salva la mia figliuola... Cristo, che sostenesti san Pietro sul mare, sostieni anche me povera madre! Affogo.... affogo.... — E qui si rotolava sul pavimento continuando a cacciare urli disperati, ma indistinti a guisa di singulti. — Dall'altra parte era rinchiuso un giovanetto diventato pazzo per amore; — la giovane anima sua, comparsa appena su l'emisfero della vita, si ottenebrava, ed egli ora forniva il suo corso mortale ricinto di nebbia, siccome sole nei giorni incresciosi dell'inverno; la morte aveva dopo di lui baciato le labbra alla sua donna, e il giorno appresso trovò il verme là dove poche ore innanzi aveva libato il profumo dell'amore. Nel giorno, il misero taceva; verso sera cominciava a preludiare una canzone; caduta la notte, cantava con armonia mesta, arcana, per così dire pregna degli effluvii della sua vita, perchè invero la commozione che pativa cantando lo consumava, e di giorno in giorno, secondo quello che si racconta del cigno, più dolcemente cantava e più si approssimava a morire; tutte le canzoni compiva col verso:

Luce degli occhi miei, chi mi ti asconde?

E quando la voce stanca gli rifiutava l'ufficio consueto, piangeva forte, sempre chiamando Selvaggia, e si raccomandava di ottenergli dal cielo pronta la morte, perchè egli si sarebbe ucciso; ma avendo inteso che i violenti contra sè stessi vanno dannati, non si attentava, sapendo troppo bene lei essere nel cielo; e s'egli voleva adorarla costà, gli bisognava invocare, non darsi la morte... Felice lui! Una notte cessò il canto e la vita. Dove andò la sua anima? Che importa saperlo? Nessuna creatura al mondo si spense con maggiore desiderio di morte. — Poc'oltre uno sciagurato usuraio, impazzito pel furto della male raccolta pecunia, giorno e notte contava il danaro, dieci, cento, mille, in suono profondo, monotono, da disperare chiunque l'udiva; talvolta fantasticava di avere al cospetto la vittima e ripeteva le parole che certo gli furono abituali nell'esercizio dell'infame mestiero: — Non posso, in verità non ho danaro, l'argento è caro, ne parlerò ad un amico che non vuole essere nominato; tutto in monete già non isperate di avere; voi avete una cera da giovine dabbene, m'ingegnerò di farvi servizio come se fosse per me: — tale altra raccomandava al servo frugasse la casa, avere udito rumore; oppure rampognava il fabbro su le serrature deboli e non le voleva pagare... ma quando gli ritornava al pensiero il giorno in che vide la cassa scassinata e vuota dell'ultimo soldo... oh! allora sì, che cacciava gridi presso i quali perdevano il paragone quelli disperati della madre che chiamava la figlia dell'adulterio. — Dirimpetto, un pazzo si credeva mutato in orologio, e rigido rigido lungo il muro agitava la destra a guisa di pendolo, con la bocca indicando i minuti, i quarti dell'ora, le mezze, le intere ore e così durò finchè una notte proruppe in urlo spaventevole, poi disse: Tremate! il tempo cessa, l'eternità si avvicina, io batto l'ultima ora; — e la battè, poi tacque: sentii inondarmi di sudore ghiaccio le membra, mi si rizzarono i capelli; — alla dimane il matto fu trovato morto bocconi per terra; gli si era rotta una vena sul cuore, ed aveva spirata l'anima fra un torrente di sangue. — Non vi dirò delle infinite altre miserie raccolte entro cotesto luogo di dolore; solo vi voglio rammentare quell'altro matto fisso nella idea di essere il Padre eterno; — allorchè lo schiamazzo giungeva a tale ch'egli stesso se ne sentiva intronato, dalla sua stanza mandava le voci: — Silenzio! Io sono il Padre eterno, io affliggo e consolo; creature, parlate al vostro Creatore, io sovverrò alle vostre angustie. — Subito si faceva silenzio, e indi a breve scoppiavano come tuono le grida simultanee: Rendimi Nannina! — Scioglimi dal carcere fastidioso della vita! I miei danari, Padre Eterno, i miei danari coll'interesse del venti per cento e cambi di cambio! — altri altre cose. E il Padre eterno: — Che danari? Te gli ho rubati io, furfante, chè debba restituirteli? E poi come ho io a fare, se non mi trovo un picciolo in tasca? sta cheto e muori, nell'altro mondo ti donerò la luna. Se tu vuoi morire da senno, muori: io feci appunto una sola via alla vita, mille alla morte, onde ogni uomo se ne andasse a suo bell'agio al camposanto; — perchè dunque m'introni la testa? non hai pareti per ispezzarci dentro le tua ossa? non travi per appiccarti? non vetri per segarti una vena? — E tu costinci sta cheta. Nannina è in paradiso; qui intorno al mio trono svolazza cherubino bellissimo di luce; nelle tue mani sarebbe diventato un demonio nata di adulterio, moriva in postribolo, ed io te l'ho tolta; — il peccato non dà mica padronanza sopra i figliuoli; — il cielo se la prese, e il cielo non la renderà.... — E la madre: — O Dio ribaldo, tu hai condannato l'uomo alla morte perchè non l'avesti dall'amore; tu odii l'uomo perchè lo creasti solitario, — da te — con le mani fredde — di diaccio, con la terra rossa, e gli gittasti l'anima con un soffio nel naso: — se il peccato t'incresce, perchè lo hai posto nel mondo? — E così continuava; nè gli altri proferivano meno fiere bestemmie nè in suono più dimesso. Il giovane pazzo per amore, dopo cotesto turbine di male parole, con voce soave favellava sensi i quali parevano, come l'iride, simbolo di alleanza tra il cielo e la terra, cessata la tempesta; e sovente così concludeva: — Costui schernisce non consola: dunque questi non è Dio: imperciocchè così Dio non sarebbe. Amore è Dio, e Dio altro non può essere che amore. — Senza dubbio s'io avessi dovuto lungamente rimanermi in codesto ospedale, diventava pazzo: piacque alla fortuna liberarmene in breve, e il modo fu questo: sanato ormai della piaga, certa sera agli ultimi splendori del crepuscolo, seguito dal servigiale col nerbo in mano, passeggiava per un lungo corridore, alla estremità del quale una finestra priva di ferrate concedeva vivido il circolare dell'aria: siccome spesso mi era trattenuto in savi ragionamenti col servigiale, e allorquando mi sentiva crucciato dalla memoria degli affanni antichi e dal morso dei presenti me ne stessi muto, non mai però aveva prorotto in escandescenze; ond'egli o non mi teneva del tutto matto, o almeno mi riputava matto di benigna natura; quindi, volendo andare per certe sue bisogne, mi disse lo aspettassi nel corridore, così avrei più lungo tempo goduto della buona aria: uscito appena, corsi alla finestra; quanto distasse dal terreno non bado, mi lascio andare giù lungo il muro avvertendo di rasentarlo con la persona per ammortire la caduta; percossi aspramente sul terreno, ma da una forte scossa nei visceri in fuori non provai altro male; fuggo a dirotta: la notte era calata procellosa, ed io era salvo. — Poichè ebbi corsa lunga ora a null'altro pensando che a fuggire, incominciai a divisare dove procurarmi un asilo, come sottrarmi alle persecuzioni dei miei feroci nemici; pericoloso mi parve, ed era, ridurmi alla casa paterna, ma anelando conoscere come il caso avvenisse, colà appunto mi condussi; — oscurità e silenzio; — chiamo, busso, torno a chiamare, e sempre invano; tolto di speranza da questa parte, il cuore mi augurando sinistramente, ma pur non sapendo qual male temere, mi venne in pensiero il castaldo che abitava certe casette di nostro alla estremità della via; — lo trovai con la famiglia prostrato a terra, perchè le campane avevano suonato l'ora prima di notte, a recitare il De profundis per le anime dei defunti: siccome inosservato io penetrava là dentro, udii pregare pace all'anima mia e a quella di mio padre. Sarebbe egli morto? esclamai con immenso dolore. Immaginate voi lo spavento prima, poi la meraviglia e la esultanza di quei buoni, — i soli che mi sieno occorsi nella vita. Il mio povero padre era morto pur troppo! Alle persecuzioni e all'odio del malvagio, che pei rimorsi riarde più feroce, soccombeva. Vieni, dissi al castaldo, menami al sepolcro di mio padre. — Egli mi accompagna nel camposanto di Santo Egidio, colà si ferma davanti una fossa priva di lapide e, — qui, — mi dice piangendo, — riposa messer Pierantonio vostro padre. — Già per la via il castaldo mi aveva narrato la fama sparsa della mia morte, l'eredità concessa a lontani collaterali protetti dai miei nemici, il pericolo sovrastante, la nessuna speranza di giustizia; e nè anche, la potendo ottenere, la giustizia delle leggi mi sarebbe riuscita a grado, chè i miei nemici con le proprie mani avendomi distrutto, con le proprie mie mani io mi era deliberato distruggerli; dente per dente, pelle per pelle, come insegna Moisè; presi nella destra il pugnale, nella manca un pugno della terra che l'ossa ricopriva di mio padre e giurai vendicarmi... di vendetta italiana... case sovvertite dai fondamenti, campagne arse, famiglie trucidate dal decrepito al lattante, — e poi morire. Udiste mai offesa più acerba? — Aspettate e vedrete come saprò vendicarla. Intanto solo e ramingo, non vedeva verso di condurre a fine il mio proponimento; ogni dì più la disperazione mi cangrenava il cuore, e il tempo fuggiva non maturando il frutto di sangue; — pensai adunare una mano di masnadieri, ed il feci; ruppi le strade, empii di terrore Romagna; ma quando proposi di assaltare all'improvviso Fiorenza, i compagni esitarono ed al fine non vollero: io gli abbandonai vergognoso di essermi tanto degradato invano: — condottomi in Lombardia, mi versai in quelle guerre senza gloria per noi Italiani ed ebbi fama di prode: — ma poichè il desiderio di vendetta non iscemava per tempo, il mio demonio mi consigliò nuovo modo: andai a Roma, chiusi bene nel seno l'odio pe' Medici e mi accomodai agli stipendii di papa Clemente; sperava un giorno mi avrebbe mandato in patria o magistrato o capitano di milizie o carnefice, in condizione insomma da potermi bagnare le mani nel sangue abborrito dei miei nemici: procedei come il tarlo il quale per durezza non si abbandona, ma più e più sempre laboriosamente s'inoltra; la fortuna, che presto o tardi favorisce chiunque voglia davvero, superò la speranza; avvenne la cacciata dei Medici, la pace tra il papa e l'imperatore, la guerra contro Fiorenza; eccomi in campo prossimo a cogliere il frutto a cui sacrificava affetti, avvenire, fama, salvazione forse dell'anima, tutto; della intera città io divoro cogli occhi un punto solo, e da lontano gli avvento fiamme. — Ben mi duole di avere unita la mia alla causa dei Medici, tralignati troppo da quello che furono; se fosse vissuto Giovanni dalle Bande Nere, all'odio aggiungeva eziandio l'utile della patria, e, non che mi rimordesse coscienza, menerei vanto del mio concetto; — oh in mancanza di quel grande la fortuna ci avesse dato un ambizioso, come Lorenzo duca di Urbino, o almeno un potente in negozii, come Lorenzo il vecchio! — ma i Medici, quali ora sono, conciterebbero a sdegno, se non movessero a riso...»

«E per colpa di un solo volete sommersa la barca? A parere mio, io vi terrei meno tristo, se uccideste i vostri nemici a tradimento. Per odio privato voi condannate a morte l'antica repubblica di Fiorenza.»

«Che significa repubblica? Ella è parola di largo contorno e dentro di sè comprende libertà da comizio e tirannide d'inquisitori di stato. Il governo dove impunemente si commettono misfatti quali soffersi io non può dirsi libero, e tale invero non fu mai il nostro; e poi io sacrifico volentieri la libertà passaggiera alla forza perenne, madre vera di durevole libertà.»

«Non vi comprendo.»

«Vorrei una Italia, vorrei, come Giulio II, il pontefice di gloriosa memoria, ridotta in un corpo solo questa misera patria, perocchè mi dolga.... oh! mi dolga assai il suo ludibrio di secoli.... E dopo papa Giulio, che n'ebbe volere e potere, veruna persona è più acconcia, se ne avesse il volere, di tale che voi conoscete, monsignore; — di tale che se avesse sortito dai cieli spiriti della stregua dell'alto suo grado, avrebbe a quest'ora condotta a fine tale impresa di cui per avventura non gli balenava mai nella mente il pensiero.»