«A Dio non piaccia ch'io mi senta men grande di quello che altri s'immagina, o il bene della mia patria abbisogna. — Magnifico gonfaloniere, parlate.»
«Da una parte v'è tale una gloria che gli angioli stessi potrebbero desiderare nei cieli, — evvi una corona splendida più che se fosse di stelle; — un'altezza quale gli uomini possono invidiare, non vincere od aggiungere giammai — una rinomanza presso cui i più famosi dei tempi trascorsi o recenti impallidiscono superati dalla nuova luce; — nessuna favella basterebbe a cantarne le lodi, qualunque nome conosciuto fin qui sarebbe poco alla sua virtù... nè liberatore nè salvatore nè ottimo massimo troveremmo sufficienti; — se gli uomini non lo chiamassero Dio, certo come Iddio lo adorerebbero e terrebbero in pregio. — E dall'altra parte una infamia perenne, un nome irrevocabilmente accompagnato a quello di Giuda, una scusa eterna ai codardi che rinnegano la virtù, una rovina senza fine e senza riparo. L'aquila delle Alpi rade con ala potente il margine del precipizio e le rupi scoscese; ella può giunta sulla vetta del monte più alto posarsi alquanto a librare nuovo volo e confondersi eccelsa pei cieli... Qualche mortale rassomiglia all'aquila.»
«Messere Carducci, apritemi il vostro pensiero.
«Ecco, io vi parlerò come al cospetto di Dio, da cuore a cuore, senza celarvi nessuno dei più riposti arcani. Michelangiolo, la patria si versa in presentissimo pericolo, ed io dispero di salvarla.»
«Oh dolore!»
«Una speranza rimane, e consiste nei soccorsi dei principati d'Italia. Il popol nostro di per sè solo opererebbe prodigi, ma il popolo crede ai suoi profeti, e molti tra questi io ne conosco falsi. Voi ben sapete i Medici essere stati banditi non in benefizio del popolo, sibbene in pro degli ottimati, i quali intendevano governare invece di loro; la parte del Cappone pertanto, non che guadagnare con la cacciata dei Medici, ha perduto e adesso desidera restituiti gli antichi signori per ricuperare almeno in parte quanto si vide portar via dalle mani cupide e fiacche. Ella non perdona la mia promozione all'ufficio supremo; già medita gli accordi e non conosce, incauta! che vuole presentarsi di suo moto spontaneo al carnefice con la corda al collo. Qualsivoglia atto del governo calunnia, ogni via impedisce, inosservata gli sega le vene e gli toglie le reliquie estreme del suo vigore; il popolo, amico sempre del bene, ma deluso dalle apparenze, nella fiducia di commettere opera pia lapiderà i suoi veri difensori, e, prima che abbia tempo di ravvisarsi, avvinto nelle mani, col frenello alla bocca, non gli sarà concesso il dire e l'operare; — sogliono poi i tiranni lasciare liberi gli occhi per piangere. Manca la pecunia perchè nascosta nelle viscere della terra, e il governo mal può adoperare gli argomenti usati dai principi per farla ricomparire. — Mi turba il sonno lo scaltrito Baglioni, non mi assicura il Colonna, vedo gli altri capitani discordi tra loro. A noi abbisognano per vincere esterni sussidii, sieno pur pochi, sieno misteriosi, anzi giova che sieno; tanto varrà perchè la parte del Cappone, dubbiosa e tremante, sospetti noi non sostenere soli la prova; — se malgrado le mostre diverse ella potesse mai credere che molti potenti aiutano copertamente Fiorenza, questo le scemerebbe l'ardire. Allora vorrà farsi merito di quello che teme non potere ovviare; il danaro che ormai non possiamo più avere per leggi, conseguiremo per via di doni, d'imprestiti, per sovvenzioni spontanee; — conviene ravvivare il credito dello stato presente. Due soli governi in Italia, se l'antica prudenza da loro non si scompagna, hanno l'obbligo d'aiutarci, il duca di Ferrara e i Viniziani; il rimanente paese divorò la fortuna di Cesare: — il papa acciecato da ira strinse lega col suo implacabile nemico; — egli pensa tenere la sua nella destra di Carlo in segno di amicizia; questi invece glie la stringe imprigionata e gli sorride in volto. Il regno cadde in potestà dell'imperatore, il ducato di Milano sta per caderci, il Doria strascina Genova come un'ancella dietro il carro della sua fortuna; tralascio gli altri; e fermo le mie speranze sopra Alfonso di Ferrara e Andrea Gritti di Venezia.»
«Datemi incarico di ambasciatore, e corro in poste fin là: ambedue mille volte mi si dissero amici; che cosa significhi amicizia dei grandi veramente non so, lo proveremo adesso.»
«Michelangiolo, amicizia è moneta che non corre tra gli stati; — il principe amico, quando non trova vantaggio in aiutarti, ti piange e ti lascia morire.»
«In ogni modo proviamo.»
«Se voi vi presenterete nelle loro città con pubblico ufficio, non che otteniate i soccorsi, vi cacceranno senza ascoltarvi.»