«Chi mi vuole?»

«Dalla parte dei signori Dieci di pace e libertà, ho qui ordini importantissimi a parteciparvi.»

«Parlate: — vi ascolto.»

«E' sono scritti nella lettera di commessione; — se mi accompagnate qui oltre soltanto il canto, troveremo una immagine di Madonna e al chiarore della lampada che le arde dinanzi leggeremo le istruzioni.»

«Sì, bene; — andiamo.»

Giunti al luogo designato, il Giannotto si fece sotto la tettoia, e tolta la lampada dalla lanterna dette comodo al Ferruccio di leggere; questi, rotto il suggello, conobbe la commessione essere del seguente tenore:

«Francesco, tu prenderai teco tra scoppiettieri e fanti di ordinanza quattrocento, terrai ancora cento cavalleggeri e te ne andrai in Empoli; avrai nome e possanza di commessario generale, e troverai qui dentro lettera pel potestà, Albertaccio Guasconi, con la quale gli si comanda lasciarti fare e non impacciarsi ne' casi della guerra; tu attenderai a tenere sgombre le strade, a munire la terra e mantenerla nella devozione della Repubblica; userai eziandio massima diligenza a provvedere la città nostra di vettovaglie e munizioni da guerra; ci terrai ragguagliati degli accidenti che accadono in giornata, ed eseguirai la commessione che affidiamo alla tua prudenza, con quei termini che sul fatto ti pareranno migliori. Ex palatio florentino Decemviri libertatis et baliæ Reipub. Flor.»

«Messer Donato», prosegue il Ferruccio, «direte ai signori Dieci che non mancheremo alla fede la quale hanno riposta in noi, e tra poco, speriamo, udranno novelle di cui Fiorenza si torrà contenta.»

«Commessario», riprese il Giannotti, «voi salutano i popoli Gedeone; in voi hanno riposto ogni fidanza di salvezza: il paese è desolato, le nostre terre consuma il fuoco, i forestieri divorano nel cospetto nostro le nostre facoltà, — ma che cosa ha promesso il Signore? V'è un giorno contro ogni superbo; chi piange sarà consolato, l'oppressore oppresso; — farò splendere la luce a quelli che abitavano nell'ombra della morte.»

«La bandiera di Dio», si udì una voce solenne senza potere distinguere da cui muovesse, «era innalzata sopra un monte altissimo da mano forte invano; pochi la guardarono e tosto si chinarono alla terra dell'angoscia e della caligine. — Tu sei stata recisa, come frutto immaturo, dall'albero della vita; — o stella mattutina, o figlia dell'aurora, o giglio d'Italia, dov'è l'antica tua gloria? — L'inferno stesso sente pietà di te; tu posi sopra un guanciale di vermi; i lombrici hanno posto il nido dentro alle tue chiome, ma tu starai in testimonio di grandezza tra i posteri: il sepolcro dilaterà indarno la sua bocca; — egli non potrà contenerti intera; il magnanimo non si consuma, ma scomparisce, quasi fiamma spenta per forza.»