I Dieci, i commessarii, fra i quali come capo onoravano messere Zanobi Bartolini, il Malatesta ed altri tra i maggiorenti della città cavalcarono lungo spazio di tempo, specularono i luoghi, valutarono le fabbriche, e consumata gran parte della mattina in coteste ricerche, si restrinsero poi a consulta per determinarsi a qualche provvedimento.
«Aprite il pensiero vostro, signor Malatesta», levando il capo e aprendo affatto gli occhi, che del continuo teneva chiusi o semichiusi, incominciò l'adiposo Bartolini.
«In fè di Dio! la rovina di tanti edifizii parmi una cosa matta.»
«Se pazza o savia, diranno i posteri; ma certo l'ammireranno in eterno: ora vogliamo sapere se utile...», interrompe il Carduccio.
«Un tesoro inestimabile andrebbe perduto...»
«Malatesta, cavalcando con noi per la città, avreste pur dovuto leggere su pei canti scritto con gesso o con carbone il fermo proponimento di questo popolo. — poveri e liberi[197].»
«Prima di favellare io vorrei conoscere questo proponimento in maniera alquanto più sicura che i segni di gesso o di carbone non sono...»
«Con buona licenza delle signorie vostre», prese a dire un giovine fiorentino di oneste sembianze recandosi in mezzo ai magistrati e al generale con in mano un palo di ferro, «ciò non vi trattenga dal consigliare: io sono di casa Baccelli: posseggo nel Borgo di San Gallo casamenti ed orti: se il consiglio di guastare prevale, io me ne rimarrò peggiorato meglio che di ventimila fiorini d'oro; e nondimanco se tale sarà la deliberazione vostra, tengo il palo pronto per dare i primi colpi[198].»
E poi si tacque il dabben giovane, modesto nel volto, non avendo messo nel profferire siffatta sentenza maggiore sforzo che se incontrando alcuno per via gli avesse detto: buon dì! fratel mio. — Il secolo nostro impari!
«Che ve ne pare, Malatesta?» interrogò il Carduccio.