«Egli è Andrea del Sarto; forse desidera darmi il ben tornato: — dilunghiamoci qua oltre e fingiamo non ravvisarlo; Dio non lo ha creato tristo, ma fievole di animo così ch'io volentieri gli terrei lo ingegno dell'arte. — Ora dunque me ne andai a Ferrara, riducendomi, quanto più secretamente potei, ad abitare all'osteria: il duca però, il quale per suoi nuovi sospetti si fa mandare ogni sera la lista degli osti, avendo saputo subito la mia venuta, mi mandò a levare di su l'osteria e mi usò ogni maniera di amorevolezze; di buon principio era questo; intanto presi a spandere fiorini fra i suoi cortigiani; — oh! la gran devozione che portano al nostro Battista cotesta gente tutta quanta! In ogni sguardo io vedeva un uncino, in ogni mano il ronciglio, sicchè presto mi ridussi al verde; bisognò concludere presto, altrimenti mi divoravano carne e ossa. Aveva con ogni modo studiato rendermi benevolo Alfonso; e perchè ei nulla potesse rifiutare a me, io nulla seppi ricusare a lui, fino a promettergli dipinto di mia mano un quadro rappresentante Leda col cigno: — adesso mi pento averlo promesso; ma, non essendo nato principe, fede di gentiluomo mi stringeva mantenere la parola[206]. Alfine un giorno gli scopersi pienamente l'animo mio con tutte quelle ragioni che voi sapeste dimostrarmi; al quale ragionamento egli rispose: Prima che tu parlassi, ti aveva letto nel cuore: — e poi si alzò, aperse uno stipo, ne trasse fuori una lettera e soggiunse: Leggi. — Egli era un comandamento dell'imperatore di non soccorrere apertamente nè celatamente i Fiorentini, per quanto amore portava alle cose sue; in questo modo operando, si obbligava solennemente a perorare in suo favore nelle controversie con la Chiesa: in caso diverso avrebbe dichiarato Ferrara devoluta alla Sedia Apostolica. — Quando ebbi letto, alzai la faccia ad Alfonso, che, ripiegata la lettera e messala di nuovo nello stipo, tornò alla mia volta proferendo queste poche parole: mors tua, vita mea. Non perciò pretermisi industria a persuaderlo: gli rappresentai essere agevole sovvenirci con tanta segretezza che neppure il diavolo potesse darsene per inteso. — Il demonio forse, rispose il duca, non mica i preti: per ora io dormo: ma quando mi sveglierò, partirà dai miei sguardi una favilla che incendierà il Vaticano. — Così disse: poi, come pentito di essersi lasciato troppo scoprire, si rinchiuse nelle sue ambagi, e da quel sasso non iscaturì più vena di acqua; riuscirebbe prima all'uomo di tagliare il porfido con le unghie che rimuovere quel cupo principe dal proponimento già preso.»

«E come incendierà egli il Vaticano? Questi sottili artifizii rovineranno sempre i principi italiani; la forza aperta è più generosa ed anche più efficace.»

«Per quanto mi occorse intendere da uomini prudenti, le dottrine degli eretici di Alemagna trovano favorevole accoglienza alla corte di Ferrara; le principesse, dicono, avere appreso i nuovi dogmi da un eresiarca tedesco venuto espressamente a convertirle.»

«Alfonso di Ferrara poteva vincere la Chiesa con le sue artiglierie: non lo avendo voluto, nelle argomentazioni egli perderà di certo... Inoltre cotesto tuo è concetto che non mi attaglia; imperciocchè, se le principesse sentono dell'eretico, il duca poi faccia professione di beghino. E a Vinezia?»

«Vinezia invecchia: — ama il riposo, rinunzia alla magnanimità, alla gratitudine, alle virtù senza le quali le repubbliche muoiono; ella pesa tutte le vicende dei pericoli alla bilancia dove i suoi mercanti riscontrano il peso delle monete d'oro: in lei è spento ogni alito di grandezza, altro non le rimane che diventare decrepita e morire. Il Gritti, col dorso voltato dagli anni verso la terra, vede la fossa e dubita; i suoi pensieri tendono ad abbellire la bara dove un giorno sarà composta la patria: io lo pregava di avere a cuore la libertà italiana, ed egli mi pregava a volergli fare un disegno pel ponte di Rialto[207]. Nissuna parola da voi suggerita dimenticai; non tacqui un esempio: e poichè guardando sopra la tavola mi occorse un libro manoscritto[208] che di fuori diceva: Historie de Nicolò Machiavelli, — cercai al libro quinto, dove racconta che i Viniziani stavano sul punto di abbandonarsi se i Fiorentini con presentissimo pericolo mandando loro il conte Sforza non gli sovvenivano; e gli notai col dito le parole dello storico con le quali dimostra quale e quanto effetto partorisse l'orazione di Neri Capponi al senato viniziano: — promettevano che mai per alcun tempo non che dai cuori loro, ma da quelli dei discendenti non si cancellerebbe così insigne beneficio, e che quella patria aveva ad essere comune a Fiorentini ed a loro. — Messere Andrea mi toccò su la spalla e mi favellò le seguenti parole. La ragione degli Stati procede diversa assai da quella degli individui; — i posteri biasimeranno in me doge della Repubblica viniziana ciò che tu loderesti in me Andrea Gritti. — Ed io, che a stento mi poteva frenare, gli risposi: Messere Andrea, io di queste sottigliezze non intendo, ma più di piacere ai posteri m'importerebbe piacere a Dio; e inoltre se un tal fatto reca vergogna a un uomo, non so vedere come e perchè non tornerebbe pure in onta ad un popolo, il quale si compone di una moltitudine di uomini. No: nè voi nè altri sapranno convincermi mai, che o popoli o privati non debbano pagare la colpa di riconoscenza, di lealtà, di grandezza tradite; e male argomenta colui che la durata della patria circoscrive al brevissimo spazio della sua vita. — E me ne andai fremendo. Vinezia! Vinezia! le genti ti contemplano colorita dal sole, rigogliosa di vita, ma il verme inosservato ti penetrò nelle viscere. Quando decrepita e moribonda chiamerai le tue sorelle d'Italia a consolarti nella sventura, vedrai intorno di te i principi, ai quali ti affidasti, irridere alla tua agonia ed imprecarti la morte, come eredi impazienti di raccogliere il tuo retaggio. E nondimeno, nè Alfonso di Ferrara, nè Andrea di Vinezia furono quelli che più mi fecero vergognare di appartenere alla stirpe umana; l'ira e il ribrezzo di essere nato uomo mi venne dai nostri concittadini, Carduccio, dai mercanti di Fiorenza dimoranti a Vinezia.»

«E come ti avvenne questo?»

«Io mi trovai a Vinezia allorchè giunse, mandato da Lorenzo Carnesecchi nostro commissario a Castrocaro, Pietro Borghini, il quale, accolti quanti mercadanti fiorentini tengono ragione in cotesta città riferì a costoro le imprese maravigliose di quel valentuomo di Lorenzo; narrò come sovente fosse venuto alle mani con Leonello di Carpi presidente ecclesiastico nella Romagna, e sempre con suo vantaggio, — e di Marradi, ribellato prima e tosto da lui ridotto nell'antica devozione, — dell'assedio di Castiglione sciolto, — dell'assalto di cinquemila e più fanti ributtato da Castrocaro, — della taglia posta da papa Clemente sopra il suo capo e della taglia da lui posta sul capo del papa, tutte queste cose disse, ed altre ne aggiunse non meno stupende e degne di memoria; ed infine egli aggiunse essere il Commessario deliberato di fare un servizio rilevantissimo in pro della patria, quando loro bastasse il cuore di fornirlo di denaro; e, per assicurarli avrebbe loro obbligato i suoi beni e quelli di Giorgio Ugolini tenerissimo della libertà. Capi dei mercadanti adunati erano Matteo Strozzi, Luigi Gherardi, Ludovico Nobili, Filippo del Bene, Giovanni Borgherini e Tomaso Giunta; ricchi tutti e, comechè avari, usi a sprecare in vizii e in giuochi le migliaia di ducati: e non pertanto, il sangue mi toglie il vedere nel rammentarlo, nessuno ebbe cuore di sovvenire di un solo fiorino il Commessario Carnesecchi. Matteo Strozzi allegò che la sicurezza offerta sui beni di Lorenzo e dell'Ugolini in tanta distanza era come nulla, potendo cotesti beni andare gravati di debiti sconosciuti, e così favellando parve sospettoso notaro, non fu cittadino: il Borgherini si scusò perchè aveva fondaco a Roma e temeva la vendetta del papa: più turpe degli altri, se in tanta turpitudine possono darsi screzii, Tomaso Giunta, il quale disse non essergli patria Fiorenza, ma Vinezia; imperciocchè a Vinezia avesse accumulato i danari, ed i denari comporre il vero sangue e la vera anima dell'uomo; poco importargli che la libertà della Repubblica fiorentina stesse in piedi, purchè la sua libreria non cadesse. Io rimasi esitante se dovessi rispondergli a parole o nel modo con che mi favellò, nella mia fanciullezza, il Torrigiano[209] quando di un pugno mi sfasciò il naso; pur mi rattenni e parlai: Stampatore Giunta, quando il papa e l'imperatore ti avranno strozzato la patria, pensi tu che non potranno farti smettere la stampa delle opere avverse all'impero ed a Roma, e con la quale tu ti sei arricchito? — Ed egli a me: Allora stamperò quelle che argomenteranno a loro vantaggio. — Ma, ripresi io, — ciò non basterà loro; si sforzeranno affinchè gli uomini non imparino a leggere. — Lo svergognato concluse: Di qui a quel tempo gran tratto ci corre: prima che i fanciulli diventino uomini io sarò morto; e morto io, morto il mondo; buona notte a chi resta. — Gli voltai le spalle, chè uomini cosifatti paionmi, e certamente sono scorpioni sbagliati: tornato a casa mi spogliai di tutte le veste e le gettai sul fuoco, abborrendo di più oltre portarle, siccome appestate da quei fiati velenosi. Apersi il mio Dante[210], e sopra i margini del trentesimoquarto nell'Inferno vi segnai la brutta sembianza di quei mercadanti come traditori tormentati nella Giudecca: il Giunta posi in una delle bocche di Lucifero, perocchè io non consenta punto col poeta quando mette Giuda, Cassio e Bruto a maciullare tra i denti di lui; Giuda lasciai, in luogo di Cassio vi posi il Giunta, la terza bocca rimane tuttavia vuota, e aspetto a riempirla col Malatesta. Ho sentito parecchie volte ricordare in famiglia, come uno dei nostri vecchi esercitasse il commercio di panni franceschi; or ora, come torno in casa, cercherò la sua immagine, e la velerò di un panno nero, come ho veduto in Vinezia che praticarono col ritratto del doge Marino Faliero. — di due cose, o Signore, principalmente io ti ringrazio; la prima per essere nato italiano, la seconda per non avere sortito ingegno da mercadante[211].

«Michelangiolo, ciò che tu parli il Carduccio magistrato non riferirà al Carduccio mercadante; parla sommesso, però che ai soli mercanti sia dato adesso sovvenire in tanto estremo la patria. Non tutti, come quei di Vinezia, si mostrarono iniqui al luogo dov'ebbero la vita; quei di Fiandra, d'Inghilterra e di Lione, mandarono grosse somme di pecunia. Le consorterie di per sè non hanno vizii, sibbene tu li trovi negli uomini, e questi sono più infelici che stolti, più stolti che scellerati. Il danaro tutto può...»

«Il danaro nulla può: raccogliete quanto vi pare fiorini e ditemi un poco s'essi vi scolpiranno un altro Davidde davanti il palazzo della Signoria.»

«No, ma pagheranno l'artefice che lo scolpirà. Perchè tu non hai condotto la sepoltura di Giulio II col disegno che prima intendevi? forse non perchè gli avari nipoti di Della Rovere eredarono le ricchezze del papa, non già il suo cuore di spendere nelle magnificenze?»