Ajace
Era compiuto un giorno, e il secondo declinava verso vespero, dacchè il Morticino degli Antinori cibo non gustava nè bevanda: la lingua arida gli sta attaccata al palato, gli cerchia la gola insopportabile bruciore; talvolta un freddo sottile dai reni gli scorre su per le vertebre della spina o gli stringe il cervello, tal'altra lo invade dal capo alle piante una ondata di sangue, quasi lavacro di metallo fuso; spesso gli sfugge di sotto la terra gli si piegano le ginocchia, ed accenna cadere, — non pertanto rimane disperatamente fisso al suo posto, immerso entro un abisso di dolore e di furore.
Accomodato il corpo del giovane Frescobaldi sopra una bara, con la sua destra gli stringe la destra e lo viene, di tanto in tanto, guardando.
Ahi com'era da quello di prima diverso! Le belle chiome, sua giovanile alterezza, ora di sangue sordidate e di fango, ne rendono orribile l'aspetto, gli occhi ha pesti; pei labbri, donde così feroce prorompeva il grido di guerra, su per le narici che aspiravano tanto largo sorso di vita, — l'insetto sorvola, — si posa, — trascorre, quasi sopra propria posessione; la morte lo abbracciò, e la putredine segna il vestigio di quell'amplesso; — la morte gli soffiò sopra e spense una vita di uomo e ne suscitò un'altra schifosa a vedersi, — la vita dei vermi brulicanti nei cadaveri corrotti. — Alla croce di Dio, cotesto spettacolo pareva incomportabile per anima viva.
Ma che forse mancano servi, amici o parenti al Morticino, i quali valgano a strapparlo da tanto orrore? — Un vecchio fante gli si era accostato sommesso e con molta pietà gli aveva susurrato all'orecchio le parole di — provvidenza, — rassegnazione, — preghiera, — ed altre consimili, le quali non rinverdirono la foglia caduta; — ed egli non vi aveva posto ascolto, se non che, travagliato dallo importuno ronzío, si scosse, si avvisò di quello che era; la parola — pazienza — gli suonò piena di amarezza nell'anima: allora tanta ira lo vinse che stretta la daga la menò con rabbiosissimo impeto contro il suo consolatore: ben pel vecchio che fu a tempo a curvarsi per modo che il taglio della daga gli recise le vesti, e così a flor di pelle gli graffiò l'epidermide del ventre — altrimenti, rovesciate le viscere sul pavimento, quivi l'infelice moriva. Dopo lui nessun altro ardì mettersi alla ventura.
All'improvviso si spalancano le porte, uno splendore di ceri, un salmeggiare di frati empie la sala: si abbassa una croce e, trapassata la soglia, torna a sollevarsi nella sua superba umiltà. I frati della cura venivano pel morto.
Così tremenda urlò il Morticino una bestemmia, che lo splendore dei lumi sparì, siccome era apparso, veloce: i frati sbigottiti, lasciatisi andare i ceri di mano, si cacciarono a precipizio giù per le scale; — il segno della salute vacillò e cadde, — quasi la bestemmia lo avesse côlto a guisa di un colpo di balestra.
Quell'urlo intronò tutto il palazzo nei penetrali più intimi e valse a scuotere la madre del Morticino dal suo consueto letargo. Aprì le palpebre gravi e domandò:
«Ch'è questo?»