Filiberto volse l'avventura in burla alle spalle del commessario del papa, siccome sovente costumava: non pertanto prima di riderne ne aveva avuto paura.
Ora è da sapersi che i nostri nel rompere impetuosamente gli usci delle case per uccidere coloro che dentro vi fossero, atterrarono la porta della stalla di un beccaio, donde uscite le bestie presero imbizzarrite a imperversare nel campo, spargendo per ogni dove lo scompiglio e la paura; nè vorrebbe attribuirsi ad amore del maraviglioso l'affermare che la metà del danno in quella notte venne da questi animali furiosi, i quali sbarattavano le intere compagnie, pestavano uomini, rovesciavano tende, mandavano sottosopra quanto loro si parava dinanzi[218].
«... Morto?» ripete forsennato l'Antinori. «Vi aveva forse promesso rendervelo vivo?» Cap. XIV, pag. 351.
Il disegno fermato col Malatesta fu, che il signor Orsino, rimasto a vigilare sul bastione di San Francesco, quando avesse veduto essere necessarii i rinforzi, sparasse le artiglierie ed uscisse con le sue genti dalla Porta di San Nicolò, siccome nel medesimo punto sarieno usciti Ottaviano Signorelli da Porta a San Pier Gattolini, e Giovanni da Turino da quella di san Giorgio. La bisogna avvenne nel modo che avevano divisato, e dando dentro francamente, cominciarono a tagliare; i nemici spauriti, non bene armati, appena opponevano resistenza; cotesta piuttosto che guerra giusta, era strage promiscua. Il principe d'Orange, circuito di uomini poveri di consiglio in quell'estremo, si stava presso alla porta della casa albergata dal Morone, incerto sopra i provvedimenti da opporsi all'ignoto pericolo; un paggio gli tiene fermo il caval di battaglia; — un altro gli porta l'elmo decoroso di piume: — di momento in momento si succedono messaggieri spediti da tutte le parti del campo, le ultime novelle più triste; — si raccoglie, cerca un rimedio che valga, e nulla trova; — alfine contro sè stesso sdegnoso lascia andare un terribile colpo in un pilastro della porta, schizzano — fischiando le scheggie, — scintillano vampe di fuoco, — gli rende l'ira la mente, — ordina ritirarsi i colonnelli su le cime dei colli, lasciare le tende, accendere fuochi, nessuno trattenersi a salvare uomini spicciolati o intere compagnie; chi rimane disgiunto incolpi sè o la fortuna, — ma nessuno torni indietro: — così si restringerà l'esercito, si serrerà più denso, potrà meno scomporsi negli urti, meglio respingere gli assalti; poi monta in sella al cavallo e lo spinge verso il monastero del Paradiso, dove la mischia gli parea più forte.
Michelangiolo e Lupo, anime pari con diverso intelletto, sopra il campanile di San Miniato argomentavano tra loro come potessero recare molestia ai nemici. Lupo intendeva scaricare le artiglierie, nascesse che cosa sapeva nascerne; se non che Michelangiolo lo impediva dicendo:
«Non le toccare, Lupo, veh! le palle potrebbero uccidere nella confusione qualcheduno de' nostri,»
«Lasciate fare: — se la palla uccide un nemico ed uno dei soldati perugini agli stipendi nostri, la città ci guadagna il doppio; — i soldati forestieri uscirono i primi...»
«Che monta ciò? Io giurerei che i nostri giovani della milizia, comechè ultimi a uscire, sono stati i primi ad assaltare.»