Intanto i primi raggi del sole si affacciano su l'estremo orizzonte; scorre per la campagna un fremito di allegrezza; esulta il creato. Il Ferruccio ordinò alle milizie sostassero, ed egli primo, piegato il ginocchio a terra all'apparire dell'opera più stupenda della creazione, si chinò ad adorare il Creatore. Il Bichi, l'Arsoli ed altri capitani, usi alle licenze del campo, — usi in quei tempi di scisma a vedere ogni fede avvilita, pensavano trasognare; pure indotti dall'esempio si curvarono anch'essi tentando revocare su i labbri una preghiera antica; — non ricordarono le parole, ma il cuore pregò, e quando si rilevarono sentirono un conforto, come se quella voce dell'anima gli avesse fatti degni di partecipare alla benedizione della natura. Il Ferruccio, che se ne accorse, sorridendo dolcemente favellò:
«Compagni miei, in qual mai cosa lo spirito dell'uomo libero differirebbe dallo schiavo, se la nostra parola non salisse all'Eterno più accetta che quella dei nostri nemici?»
E proseguivano il cammino. — Il Ferruccio con la faccia abbassata sul seno pareva che meditasse, invece porgeva attentissimo l'orecchio per udire se da qualche parte movesse rumore; — qualche volta tendeva lo sguardo e, contemplando tanta pace di cielo, così soave bellezza di suolo, dove i borghi e i castelli avrebbero dovuto riposarsi tranquilli come pargoli sul seno materno, imprecava nel suo secreto alle cupidigie umane, le quali ogni paradiso avrebbero virtù di mutare in inferno; tale altra sostava a considerare le serie dei monti digradanti, i più prossimi lieti di verde, i mezzani brulli ed oscuri, gli ultimi bianchi di neve e confinanti col cielo, — immagine eloquentissima della nostra vita con le promesse della giovanezza, le delusioni della virilità e la impotenza degli estremi anni... ma dove la vita caduca si rimane ecco incomincia uno spazio senza fine, azzurro, misteriosamente magnifico — eterno. — Esulta! — diceva all'anima sua: — prima di batter l'ale la farfalla è un verme; forse a te fu imposta la spoglia umana prima di scintillare stella pel firmamento; diventa tale sopra la terra che il cielo t'invidii. — Così tornando alle cure della vita, ordina a Vico continui il viaggio con le salmerie, agli altri rimangano. Or sì, or no, secondochè il vento spira, si fa sentire il suono dei tamburi, — si odono più distinti, — già le prime insegne di un colonnello imperiale cominciano ad apparire.
E Ludovico sospirando riprese a cantare: «Deh! quanto è gran dolore — Ruinar di nostre mani — L'arche dei padri nostri, — Li tempi dei cristiani!» Cap. XV, pag. 372.
«Viva Marzocco!» e con questo grido di guerra i Ferrucciani rovinano addosso ai nemici. Il signor Pirro di Stipicciano, soccorso il castello di Peccioli e slargato l'assedio di cui lo teneva stretto Cecco Tosinghi commessario in Pisa, se ne tornava trionfante con grossa torma di bestiame fatta predando all'intorno il contado[226]; trovato quell'intoppo, come colui che, veramente essendo valoroso nulla contava nel mondo altrui, con maniera brava esclamò: «Orsù, cacciamo col calco dell'asta cotesti villani.» Tre volte menò all'assalto i suoi, e tre furono aspramente ributtati; — all'ultimo i Ferrucciani combattendo con impeto irresistibile sbarattarono le ordinanze, le calpestarono e cominciarono così disperse a manometterle senza pietà; lo stesso Pirro Colonna, mentre più si affaticava spinto a rifascio insieme al cavallo giù in una fossa piena di fango, dovè la vita alla fede ch'ebbero i nostri nella morte di lui, imperciocchè lo reputando affogato, ve lo lasciassero, onde egli, rilevatosi a stento, fuggendo a piede pei campi, potè salvarsi: la grande uccisione dei nemici, la poca perdita dei nostri, come fu a loro causa di pianto, così recò ai Fiorentini infinita allegrezza; caddero in podestà del Ferruccio i capitani Staffa perugino e Spirito di Viterbo, oltre molti uomini di conto; ritolse i bestiami e ogni altra preda[227]. Allora si affrettò di raggiungere Vico, di cui ormai non gli compariva più la vista; ben giunse all'uopo: — siccome spesso avviene nelle guerre, una mano di fuggitivi del colonnello del signor Pirro per poco non gli rapivano il frutto della giornata; esaminando lo scarso numero delle scorte alle salmerie, si rinfrancarono e da lontano gridarono a Vico: «Rendetevi tosto, o vi tagliamo a pezzi; il vostro capitano è stato rotto, sicchè riesce inutile qualsivoglia resistenza.» Vico, fatti accostare i carri e compostone quasi una barriera, allorchè giunsero vicino rispose a buoni colpi di picca; combatteva gagliardo, — non gli sembrava possibile avesse potuto rimanere vinto il Ferruccio, e nondimeno questo dubbio gli s'insinuava ghiacciato nel cuore e gl'intorpidiva le braccia. Il vento disperde con meno furia la polvere su le vie di quello che il Ferruccio si facesse di quel residuo di vinti; e la man porgendo a Vico gli disse:
«Dio ha provveduto: — tu menerai a Fiorenza copia di bovi — ed altro ancora.»
Poi tacque continuando a cavalcare di fianco a Vico. Vico a sua posta volentieri si compiaceva del silenzio, dacchè non si trovasse distratto da volgere tutti i suoi pensieri ad Annalena: — E che dirà al primo vedermi? — domandava a sè stesso. Quali saranno le sue parole? di rampogna? — di amore? — e chi sa quanto soffriva? — quanto piangeva? — quali notti vigili? — Ma l'angiolo custode l'avrà consolata; — sì, certo, egli le avrà susurrato negli orecchi: Cessa di tribolarti, — il tuo Vico vive e ti ama...
Mentre così seco stesso favella di amore, Ferruccio, come se la sua anima avesse tenuto arcano colloquio coll'anima di Vico, nel modo col quale si riprende un ragionamento interrotto parlò: