Comunque da tempi remotissimi tra gli acuti cervelli fiorentini non mancassero speculatori arditi di contemplare il mondo vedovo di Dio, siccome ci racconta il Boccaccio, descrivendoci Guido Cavalcanti poeta sorpreso da Betto Brunelleschi tra gli avelli di Santa Croce a meditare che Dio non fusse, pur tante profonde radici aveva poste nel comune degli uomini la fede che valse cotesto grido a vincere la potenza dei liquori, sospendere il trambusto e far sì che il vicino, si appigliando pauroso al braccio del vicino, susurrasse devotamente: Domine, aiutaci!
Indi a poco però le menti insanirono in ischiamazzi a mille doppi maggiori, e tra quel vortice di gridi e di risa più spesse ricorrevano le voci: «Domine, aiutaci! — Fave nere, — fave bianche, — Cristo, — proverbio. — Vino, vino, coppiero.»
In questo punto Ludovico si affacciò sul limitare della porta; e dato uno sguardo di compassione a cotesto spettacolo, fissò gli occhi in Malatesta Baglioni seduto a capo della tavola: impassibile, — bianco, rassomigliava alla statua del commendatore Loiola convitato da Don Giovanni al suo ultimo festino; — la sua fronte pallida ed ampia rivelava un gran pensiero, — e poteva concepirlo grande di gloria, — ma invece lo scelse grande d'infamia; — pure era grande; — le pupille moveva del continuo inquiete da questo lato e da quello, parte per sospetto, parte come cupido di prevedere ogni cosa: malgrado la barba la quale foltissima gli scendeva dal mento, due rughe profonde agli angoli dei labbri lo denotavano uomo inclinato al dileggio e allo scherno del proprio simile, ed invero ora esultava contemplando cotesta scena di vituperevole avvilimento, la quale, giustificandolo quasi dinanzi alla propria coscienza, nella risoluzione di venderli a guisa di mandra lo confermava; — la voce interna dell'anima, mercè la prova espressa che libertà non potesse durare tra quei corrotti, placava; nè il concetto disprezzo potendo o volendo nascondere, intendeva a manifestamente straziarli, facendo imbandire vivande apparecchiate con carni di asino[236].
Ma tra tanti commensali non senza rammarico notava ai lati estremi della tavola due giovani seduti l'uno dirimpetto all'altro con le tazze mezzo vuote davanti, tristi e pensosi; il volto tenevano dimesso, accesi dalla vergogna, non dal vino, e quando uno di loro alzava gli occhi, quelli dell'altro, come se sentissero la chiamata, gli rispondevano con uno sguardo, poi insieme uniti li posavano su gli occhi del Malatesta, che sempre incontravano vigilanti sopra di loro.
In questo mentre, lo stravizzo, spossato dei suoi furori, tornava ad acquetarsi; una scolta fu intesa accennare l'ora imminente col grido: All'erta sto! — a cui, digradanti lontano, pel buio altre voci rispondono: All'erta sto!
Pareva un'ora caduta dalla mano del tempo, come pietra staccata, di vetta al monte, di roccia trabalzando in roccia, rotolasse nella voragine della eternità..
E cessati i gridi, la campana dei Signori suonò mezza notte.
«È l'ora dell'amante che avvolto nel mantello striscia lungo i muri a visitare la bella che lo aspetta palpitante alla finestra.»
«È l'ora delle ombre degli uccisi a ghiado che scoperchiano gli avelli per tormentare i loro assassini.»,
«È l'ora dei tradimenti!» esclamò uno dei giovani seduti ai lati estremi della mensa, ch'era Dante da Castiglione, e ricambiato uno sguardo con Ludovico Martelli, entrambi di conserva lo avventarono contro Malatesta, come saette scoccate.