«Tu di qui non uscirai, se non che morto.»
«Figlio di madre infelice tu sei, se più oltre ti ostini a impedirmi il cammino; — ritirati, — tu ne hai tempo ancora; — io non voglio vederti; — sappi che di rado ho replicati i miei colpi; — vattene... e vivi.»
«Anzi io rimango, — e muori; — domani il carnefice ti scriverà l'epitafio su la cima della forca.»
«Tu l'hai voluto... il tuo sangue ricada sopra la tua testa.»
Ed incrociano le spade.
«Cittadini, con pubblico bando ordinaste le femmine di rea vita fossero cacciate dalla città....» Cap. XVII, pag. 414.
Scarmigliata, palpitante, cieca di dolore, la troppa angosciosa Maria precipita genuflessa fra mezzo quei due furibondi, e li tenendo, quanto ella ha lunghe le braccia, discosti,
«Se d'ora in poi», ella grida, «volete fare insanabili le ferite, tingete i vostri ferri nel mio sangue, — egli è sangue esecrato, sangue di abbominazione e di orrore. — Te, Giovanni, adorai quanto Dio, — e forse, ahi misera! sopra Dio; — la vita io ti dava e la fama, e tu adesso calpesti il mio cuore come un rettile velenoso: — te, Ludovico, amai di castissimo amore, — per amico ti venerai e per fratello, — ed ecco quanto l'avvilimento comprende di più atroce raccogli e infocato d'ira me lo scagli sopra la fronte. Ah! voi siete due furie rabbiosamente convenute a disperarmi. — Ohimè misera! Ogni piede che passa mi calpesta, — ogni bocca mi dice villania.... In che cosa ha mai misfatto la infelice Maria? Maledetta l'ora, maledetto sia il giorno in che nacqui; — possa cadere dai secoli, — dimenticare il sole di averlo illuminato; — io soccombo, ma, dall'abisso dove giaccio, innalzo una voce di accusa contro il mio Creatore e gli dico: Tu non sei giusto! — Fermatevi, v'impongo... io sono innocente; — nessuna colpa è in me, tranne avere amato troppo ambidue voi, quantunque di amore diverso. La fortuna volle travagliarmi con tutti i dolori, e dopo avermi fatto piangere per morto costui, ora lo ha tolto dal sepolcro per convertirlo in flagello alla mia anima desolata; — fatemi pagare senza misura amaro questo affetto per voi, — schiudete i balconi, via, — chiamate la gente a contemplare la mia vergogna, e poichè a cagione di voi trassi giorni pieni di lutto, non mi lasciate tranquilla nè anche l'ultima ora della mia vita. La figlia mia fatta adulta, quando cercherà dell'avello di sua madre, le risponderanno: Non lo sappiamo; — e quando ella stessa diventata madre udrà favellare di me, declinerà lo sguardo, — si farà in volto vermiglia — e maledirà una madre la quale non seppe altro retaggio lasciarle tranne quello del rossore: — io mi aspetto questo da voi; — continuate, iniqui.»