«O Dante mio», disse, «il fallo di Pietro è ben anche il nostro; — ormai vuole il destino che le sventure passino sopra di noi senza esperienza; — il tempo andato si dilegua e non ci lascia neppure il tristo retaggio degli esempi luttuosi; — l'errore di oggi mena all'errore domani: Francia gravi colpe ha da scontare col mondo e con noi; ella in antico tolse di mano ai pontefici il vincastro di pastore e dette loro un flagello di ferro; ella cancellò l'ultimo seme dei Romani e nel sangue affogò gli estremi aneliti della libertà palpitante su le rovine del mondo[243]. La lega con Francia ci fece nel 94 perdere parte, nel 12 tutto lo Stato; rilevati dal nostro buon genio, appena ci è conceduto adoperare la nostra libera volontà, ecco ci gettiamo di nuovo nelle braccia del genio malvagio; poniamo la testa in grembo alla Francia, come Sansone in quello di Dalila, — e Francia ci tradisce pur sempre e forse con danno per questa volta irrimediabile; i fati ci menano: pressochè tutti gli animali sortirono dalla natura lo istinto della propria conservazione; noi soli, simili alla farfalla, ci ostiniamo ad aggirarci intorno ad una fiamma che ci consuma...»
«Tema la Francia il giudizio di Dio: — egli non paga il sabato, e quando visita i popoli nel suo furore, li punisce a misura di carbone...»
«Finchè Francia conterà un milione di parrocchie, ed ogni parrocchia contribuirà con un uomo di arme all'esercito del re, ella non penserà all'ira di Dio...[244]»
«Dunque cammineranno per la terra impuniti i tradimenti, la fellonia, la slealtà?»
«Il Soderini andrà sul patibolo a cagione del delitto medesimo che fa prosperare la Francia; perchè le leggi, secondo il detto di quell'antico filosofo, sono tele di ragnatelo, buone a prendere le mosche e sfondate dai bovi: — ben si può imprigionare, confinare, mozzare la testa al Soderino, non già confinare o decapitare la Francia; però ella se ne va fastosa, a testa alta, con un diadema di tradimenti, come la meretrice clamorosa e sviata folle delle sue turpitudini...»
«Quanto era meglio credere alle parole di messer Luigi Alamanni e collegarci con l'imperatore!»
«Collegarci con nessuno: chi si appoggia all'altrui spalla, segno è certo che ha le piante inferme; diffidate della libertà che vi presentano i re come dono; il veleno quasi sempre si amministra in nappi dorati; se le vostre mani non sono gagliarde da sostenere la spada non l'affidate all'altrui braccia; le catene si fanno di quel ferro che vinse per voi le vostre battaglie; la libertà è tale albero che vuolsi piantare con le proprie mani, se intendiamo che frutti davvero; se le vostre mani invece sono fiacche, prendete rosarii e pregate. Udite, Dante, queste mie estreme parole: Qualunque popolo vive in servitù, così vive non per forza altrui, sibbene per viltà propria, ed è indegno di libertà.»
E che fa egli Ludovico Martelli? Solingo in disparte passeggia per la vasta sala e per le stanze contigue; a vederlo trapassare dallo spazio illuminato dalla luce più viva là dove a mano a mano digradava e finalmente scomparire tra le ombre, si sarebbe pensato avesse voluto penetrare nei regni della morte; e quando uscito all'improvviso dalle tenebre tornava a mostrare la sua pallida faccia, lo avresti detto uno spettro evocato dalla tomba per lo scongiuro dell'incantatore. La sua anima era ingombra di sinistri pensieri. Gli occhi volgendo alle pareti, contemplava le immagini de' suoi maggiori defunti e li vedeva animarsi, e dalle loro labbra udiva suoni che non ben comprendeva, ma che pur gli parevano inviti o preghiere di ripararsi nella pace dell'eternità; — aveva il sepolcro chiuso ogni affetto di lui; colà egli padre e madre ritroverebbe e parenti; — sotto terra lo aspettava un tesoro, — tesoro di amore perduto nel mondo. A che dunque più vivere? Qualunque alito comecchè benigno, poteva adesso agitare la cenere, non suscitarla ad ardere; — l'incendio era finito, la sostanza consumata. — Ahimè! La speranza sirena ingannatrice od angiolo consolatore, la quale precorre gli uomini nel sentiero della vita e chiude loro su la testa il sepolcro; la speranza che dopo questo ufficio estremo non gli abbandona ancora, ma postasi a sedere sopra la lapide, come sopra un altare, vi canta un cantico nuovo di risurrezione e di premio; — la speranza gli aveva a mezza via stretta la mano e datogli un bacio di addio, quasi ad amico che, pronto a pelegrinare in lontane regioni, in cuore dubita di mai più rivedere. L'arco prima di tendersi si ruppe; — il fiore appassì sopra la pianta; — lo assaliva invincibile il fastidio della vita; nella stessa guisa di Giob sovente diceva al sepolcro: Tu sei il padre mio; — ed alla Morte: Tu sei mia madre, — e tutto questo perchè non aveva potuto acquistare l'amor di Maria.
E nondimeno, dove sopra tanta tenebra di pianto si fosse potuto diffondere un raggio solo di speranza, le lagrime sarieno diventate liete dei colori dell'iride, come le stille della rugiada in faccia del sole, — convertito l'inferno nel paradiso, — nè egli forse la sua condizione avrebbe scambiato col paradiso.
Vedesti mai, quando l'aura vespertina turba la placida superficie di un lago, riflettervisi dentro così confusamente, in mille maniere vorticose, fantastiche e non pertanto vaghe, le piante, gli edifizii di cui vanno popolate le sponde e i colli lontani? — nel modo stesso nella mente di Ludovico si avvolgevano idee indefinite di felicità, di affetti di sposo, d'amor di padre, egli allora avrebbe aborrito la morte — delle generazioni uscite dal suo fianco composta una splendida catena, l'avrebbe lanciata traverso il futuro per aggiungere la soglia della eternità.