«Che ora fa egli?» domanda per la quarta volta Ludovico balzando a sedere sul letto.
E Giannozzo, il vecchio famiglio, che adagiato su di un immenso seggiolone lo vegliava, si recò alla finestra e, speculato il cielo, rispose: «Tra un'ora sarà giorno.»
«Dammi la veste, chè voglio alzarmi.»
«Deh! Vico, rifate le forze col riposo, chè oggi ne avrete bisogno davvero; dormite: non vi date un pensiero al mondo, ch'io vi sveglierò in buon tempo.»
«Va tu piuttosto a dormire, Giannozzo... tu sei vecchio e non devi vegliare.»
«Io dormirò a bell'agio entro la fossa, o figliuol mio! perchè in questa terra il sonno di rado scende sopra le mie palpebre; — il pianto non cede la signoria degli occhi... ed io piango e veglio tutte le notti, o Vico!...»
«E perchè vegli? — E di che temi?»
«Figliuol mio — chiuso nel vostro dolore non vi accorgete del mio; — spesso tornate a casa pallido come un'anima, parlate tra voi, non rispondete; spesso vi gettate sul letto e discorrete di uccidere e di uccidervi, di una donna, di un tradimento e di altre cose che mi trafiggono il cuore. E quando tanto vi travaglia l'affanno, può egli dormire Giannozzo vostro che vi ha veduto nascere, che da voi in fuori non conosce altra gioia su questa terra?...»
Ludovico, sporgendo il fianco dal letto, gittò le braccia intorno al collo del servo amoroso, e il capo gli posando sul petto, singhiozzava forte senza favella e senza lacrime. Il vecchio invece piangeva e gli baciava i capelli; — pure alla fine Ludovico con un gran gemito disse: