«Di', l'amerai come l'ho amata io?» con immensa passione Lucantonio interroga Ludovico senza badare alle parole del Ferruccio; «la sosterrai nella vita, le torrai dal sentiero che deve percorrere i triboli e le spine? Io, vedi, quando era stanca me la recava in collo e la portava finchè le braccia intormentite potevano sorreggerla: — guarda i bei piedi ch'io le ho saputo conservare; — se il freddo l'agghiadava, io le sue mani mi riponeva nel seno e col calore del mio cuore le riscaldava, sicchè il gelo non le stagnò mai il sangue sopra le dita, — ed ora nota come le ha bianche e delicate: quando camminammo nella estate per le aperte campagne, tra il sole e lei posi il mio corpo, e la sua pelle rimase intatta; — col mio fiato le inumidii i capelli; — quando ebbe sete, io le porsi tutta l'acqua della mia tazza... Abbile cura... allorchè dorme le solleva la testa, imperciocchè il suo alitare sovente sia soffocato... e in quel momento Dio ti salvi dalla tremenda paura che mi ha travagliato. Se così l'amerai, prendila; — siate due in una carne; — tu, Lena, appóggiati al nuovo sostegno; — appena io posso ormai sostenere me stesso... Ora non mi avanza altra causa per dimorare su questa terra... Accoglimi dunque nella tua pace, Signore.»
Il Ferruccio, modesto com'era, andò egli stesso pel prete. Il matrimonio fu celebrato nelle domestiche pareti, chè prima del concilio di Trento molte formalità, diventate in seguito sostanziali, si trascuravano; mancarono i riti solenni; non vi assistè la corona dei parenti e degli amici. Furono nozze dicevoli al soldato in procinto di perdere la vita, — alla donna che corre pericolo di diventare vedova prima che sposa. La religione del cuore supplì alle pompe religiose, l'amore immenso dei pochi alla proterva allegrezza dei molti convitati.
Compiti appena gli sponsali, Vico baciò in fronte la sua donna e tenne dietro al Ferruccio disposto a partire. Annalena, comunque abbattuta dalla notte vegliata e più dalle sensazioni sofferte, apparecchiò le poche masserizie a trasportarsi necessarie; Lucantonio taciturno l'aiutava senza mostrarsi affaticato. Tal era quel vecchio che gli anni non sapevano aggiungergli una ruga sopra la fronte, l'angoscia una puntura sul cuore, il disagio indebolire que' suoi nervi di ferro.
Il sole co' suoi primi raggi faceva coruscare la picca brunita in cima all'asta che regge il gonfalone del popolo fiorentino. Prossimo d'ora in poi a ricercare invano la bandiera della libertà sopra la nostra terra, pare ch'ei la vagheggi con aumento di luce. La brezza mattutina svolge agitando le pieghe del gonfalone, e n'esce un fruscio confuso che ti fa credere che, animato per miracolo, voglia all'improvviso favellare, e per troppo affetto la parola non si formi distinta, come immaginò l'Alighieri di quel suo avo Cacciaguida quando gli comparve davanti nel Paradiso.
Millequattrocento fanti stanno schierati sopra la piazza maggiore di Empoli sotto diverse insegne e divisi in sette compagnie capitanate da Nicolò Strozzi, Paolo Corso, Sprone, Balordo e Giovanni Scuccola da Borgo a San Sepolcro, Goro da Monte Benichi e Tomè Siciliano. Si aggiungevano quattro compagnie di cavalleggieri sotto la condotta dei meglio animosi cavalieri che agli stipendii della Repubblica militassero, Amico Arsoli, Iacopo Bichi, Gherardo conte della Gherardesca e Musacchino[259].
Il Ferruccio, accompagnato dal nuovo commessario Andrea Giugni e dai capitani che lasciava alla difesa di Empoli, Piero Orlandini cui egli stesso con fervidissime istanze aveva più volte raccomandato ai Dieci come prode non meno che prudente uomo di arme e della libertà sviscerato, Tinto da Battifolle, Bocchino Corso e il conte di Anghiari, percorre le file, esaminando se avessero trasgredito in nulla i comandamenti di lui.
Imperciocchè egli avesse prescritto che ogni soldato si provvedesse di pane per due giorni, apparecchiassero picconi e strumenti altri siffatti da espugnar terre, una soma di polvere d'archibuso, due some di corda cotta e tre some di scale. Quando co' suoi propri occhi conobbe essere stato obbedito in tutto, si volse ad una banda della ordinanza fiorentina distinta dalle altre compagnie per la sciarpa verde che costumavano i giovani ascritti alla medesima, in segno, dice lo storico Nardi, dello sperato frutto delle loro fatiche, e pel gonfalone del Comune, insigne di una croce bianca in campo rosso.
«A voi», incominciò egli con forza, «non dico nulla. Quando vi cadrà dalle mani la bandiera, un'altra cosa vi cadrà sul collo, — la scure del tiranno. La libertà sta impressa sopra la vostra testa, — l'una non può reggersi senza l'altra. Allorchè l'animo non vi bastasse ad essere eroi, siatelo per disperazione; da una parte troverete gloria, sicurezza, leggi buone, vita larga e tranquilla, — dall'altra, vituperio e sangue.»
Ciò detto, stese la mano e indirizzò la voce alle compagnie stipendiate:
«L'ira di Dio e i misfatti degli uomini ci hanno reso stranieri tra noi; — noi favelliamo uno stesso idioma, noi allevò una medesima terra, e tuttavolta la nostra patria non è la vostra; — ben potrei dirvi difendersi in Fiorenza la libertà dell'universa Italia, — qui essersi quasi intorno al cuore ristretti gli ultimi palpiti di lei; — fiaccola accesa sopra il faro illuminare anche i popoli che non contribuiscono coll'olio a mantenerne il lume. Ma io la vostra condizione presente comprendo e compassiono. Privi da gran tempo di libertà, ella vi sembra nome vano e senza idea; all'amore di gloria or si sostituisce in voi l'amore di un frammento di metallo coniato; — combattete senza passione perchè non avete patria. Però io non pretendo da voi cose superiori all'opera comunale del soldato pagato. Chiunque non si sentisse gagliardo abbastanza per seguitarmi nelle nuove imprese, rimanga; — adesso gli concedo facoltà ampia a restarsi; varcata che avrà di un passo la porta di Empoli, non sarà più a tempo; — un passo indietro lo spingerà irrevocabilmente alla morte. Intanto mi corre l'obbligo di saldare i debiti. Romanello, uscite di riga.»