Comecchè l'anima gli ruggisse dentro, e' fu mestieri al marchese dichiararsi vinto e ritirarsi. Ferruccio gli sorgeva contro invincibile come la necessità. Partì con vergogna; e la gloria del superbo guerriero, seppure gloria deve rettamente chiamarsi il rumor vano che l'uomo acquista combattendo per lo straniero contro la sua patria, andò a spezzarsi entro le mura di Volterra. Le parole tra lui e il Maramaldo furono molte e acerbe: crucciato non volle tornare al campo e si ridusse alla moglie nel regno; colà trasse nell'ozio e consumò nella inerzia una vita oscura, — invecchiato strumento di tirannide; — la sua morte non compiansero figli, — gli circondarono il letto parenti avidi del suo retaggio, come il demonio della sua anima. Possa Dio non concedere miglior destino a coloro che feriscono il fianco della madre che gli ha generati[278]!
CAPITOLO VENTESIMOSESTO IL TRADITORE
Riguardate e vedete
Se v'è dolore pari al dolor mio! —
Geremia.
La mia storia si approssima al fine, — ma per arrivarci meglio egli è mestieri rifare i passi e tornarcene indietro: non te ne dolga, o lettore; — vedrai una donna, e forse ne sentirai meraviglia, ad un punto e compassione, perchè questa donna sarà una madre addolorata.
La notte in cui fu arrestato Lorenzo Soderini, Cencio Guercione recò immediatamente la nuova a Malatesta, imperciocchè Cencio fosse uno di quelli che dovevano intervenire al ritrovo, ad istanza del Baglione suo signore, il quale, per istarsene appartato, non voleva meno, a guisa di ragno al sommo della tela, avere in mano le fila di quanto in Firenze si operasse o dicesse.
Appena ebbe posto fine Cencio al suo parlare, Malatesta, sporgendo fuori del letto, dove se ne stava giacente la gamba destra ed agitandola a modo di spronare un cavallo, prese a dire:
«Cencio, andiamocene; sento un'aria di forca che mi stringe la gola; va', sella i cavalli... mi pare che la terra mi manchi sotto...»