«Colà, — colà, — ed accennava col dito, — ho ravvisato la villa della mia famiglia, — la stanza in che nacqui: chiudete le finestre, — calate per carità le tende, — io non posso sopportarne la vista.»
Continuava a percorrere la stanza. Il suono monotono dei fratelli del Tempio gli percuote da prima fastidioso l'orecchio, poco dopo insoffribile; si ferma davanti al Castiglione e in voce spenta gli dice:
«Dante, io non sono disposto a morire, e pur conviene ch'io muoia; mi sento le membra valide, i visceri sani; e tutto questo mi renderà più dolorosa la morte... Se tu immaginassi come agiti tremenda la preghiera dei moribondi profferita sopra un uomo pieno di vita, tu allora sapresti quando sarebbe pietà imporre silenzio a quei battuti: finchè non tacciano, io non potrò sollevare il mio spirito al cielo.»
Dante ristrettosi con i due neri da parte gli supplicava:
«Fratelli, vorreste voi andarvene nell'altra camera e colà pregare sommessi? — La vostra sembianza contrista il condannato.»
«Fratello», risponde un battuto, «la nostra regola ci ordina di pregare nella stanza del giustiziato.»
«Sì, sì, ma la vostra regola ha fondamento sopra la carità, fratello; il divino Maestro lo ha pure insegnato: la parola uccide, e lo spirito vivifica: voi non farete opera meno meritoria per voi nè meno giovevole al condannato, ritraendovi nell'altra stanza; i desiderii dei moribondi son sacri, — ed a lui, voi lo sapete, avanzano appena sei ore da vivere...»
«Se ci mandate via, noi ce ne anderemo; e se cotesta anima per difetto di preghiera si perde, cada il castigo sul capo di cui n'era la colpa.»
«Noi non vi cacciamo, sibbene vi scongiuriamo a non funestare quel misero...»
«O noi preghiamo qua dentro e ad alta voce, come dobbiamo, pregheremo per lui, o ce ne anderemo.»