«Andatevene dunque. Voi avete di carità la forma, vi manca il cuore: voi movete le labbra, spingete una parola, ma la fiamma manca alla voce, e la vostra preghiera ricade come un crasso vapore che non può sollevarsi fino al cielo: andate! — Dio non ha mestieri della mediazione degli uomini per soccorrere l'uomo: il Redentore, che la pecora smarrita antepone alle rimaste nel branco, gli stenderà le braccia: Cristo, per ascoltare costui, non chinerà le orecchie più di quello che si curvasse per ascoltare voi superbi ministri del Dio di umiltà. Andatevene: se voi vi ricusate pregare, pregheranno gli angioli per lui.»
Poi dopo successe un silenzio profondo tanto che si udiva il crepitare dei ceri accesi dentro la cappella.
Ecco s'inoltra un uomo vestito di nero; — le sue sembianze paiono scolpite nella pietra, — i suoi capelli sembrano metallici; dai modi lo diresti un maggiordomo, — ed è veramente tale. Io non saprei descriverti per l'appunto le sue maniere, ma potrai vederle uguali nei cortigiani e in quelli altri che chiamano diplomatici, — specie di pifferi dove non soffia Minerva per paura di sconciarsi le gote; coteste sono maniere che sbigottiscono gli affetti e respingono atterrite nel cuore le dolci espansioni pronte a sgorgare.
Il nuovo personaggio, seguito da valletto il quale gli veniva dietro recando una guantiera, fermatosi dinanzi al condannato, con voce impassibile e cerimoniosa incominciò:
«Fratello in Cristo, e' dovete sapere, come fino dal 1300 e tanti, messer Amedeo degli Amedei, in quel tempo rettore della cappella di san Giuliano in San Nicolò delle Monache, e della chiesa di San Remolo, pei rogiti di ser Giovanni del Guiduccio ordinasse che i suoi successori nel patronato della cappella suddetta accompagnassero i condannati alla morte e li confortassero con un panellino confetto di once tre. Messere Ieronimo, mio signore, abborrendo farsi vedere in cammino con un condannato, e per altra parte desiderando mantenere il lodevole costume dei suoi maggiori, mi manda a voi per presentarvi il panellino confetto, e la mancanza della sua presenza redime con l'aggiunta di questo nappo di malvagia.»
Dante credeva trasognare, ma poi l'ira lo vinse, e con dura favella domandò:
«E chi è cotestui che tu chiami signore? La prima volta è questa ch'io lo sento rammentare in vita. Non lo conosco...»
«Colpa vostra», riprese il maggiordomo; «avreste dovuto andare a trovarlo.»
«Colpa sua», interruppe con voce terribile il Castiglione; «colpa sua se, nascendo degli Amedei, ha fatto ignorare fin qui la sua esistenza in Fiorenza; — colpa sua se tanto è da poco di cuoprire la sua abiezione con la fama dei maggiori. Non so se il privilegio di cui parli sia vero; quando pure lo fosse, riporta al tuo signore il vino e il pane, e a nome di Dante da Castiglione Catellini Filettieri gli dirai essere cotesto privilegio cessato dacchè la casa Amedei si spense; ch'egli non deriva da loro, — che mentisce stirpe, e che io sono pronto a provarglielo a tutta oltranza con lancia e spada, a piede o a cavallo, prima che il sole tramonti.»
Lorenzo, curvo con la persona, gli occhi incavati, che i minuti adesso passavano gravi sopra il suo corpo come anni, si accosta al maggiordomo e con voce cupa gli dice: