«Fratello, gran mercè, — ma per qual cagione prenderei io cibo e bevanda? Non è questo un oggi senza domani per me? Nel giorno che succederà a questo dovranno le membra mie triste fare altra cosa che rimanersi ferme nella fossa? — Riprendi dunque cotesti alimenti... non versa la tesserendola nuovo olio nella lucerna quando sta per coricarsi... Riportali al tuo signore, e gli dirai dalla parte del condannato che i suoi maggiori ebbero per avventura carità, ma furono certamente stolti... forse non sapevano che al condannato non rimane altro sapore tranne quello della morte? Quel vino avrebbe sulle mie labbra il gusto del sangue; anche non fosse stato aceto e fiele quello che dettero a Cristo nella sua ultima ora, qualunque liquore gli sarebbe parso ben tale.»
«Va'», con mal piglio continua il Castiglione al maggiordomo, «e di' al tuo padrone che aggiunga quel nappo al vino che ha costume di bere: — così almeno diventerà qualche cosa, — forse un briaco!...»
Il maggiordomo uscì salutando con la solita gravità.
Passò altro tempo senza proferire parola; adesso sporgendo attento le orecchie il Soderini mormora numeri progressivi e dice:
«Anche di un'ora mi sono accostato al supplizio.»
«Io non ho inteso nulla», soggiunse il Castiglione.
«Ah! messer Dante, i sensi prossimi ad abbandonarci diventano più perfetti, come il cuore pronto a cessare di battere estende e moltiplica i suoi palpiti; voi lo sapete, anche a Dio parve fuori di misura amaro il calice della ultima ora e pregò il Padre di allontanarlo dalle sue labbra: — arguite da ciò s'egli sia angoscioso. Ma pensiamo a morire, soggiunse scotendo tristamente la testa; — venitemi accanto, messer Dante, qui; — porgetemi ascolto, chè dalla gola m'esce piccola voce, e mio malgrado la lena mi manca. — Del conforto che, abbandonandomi tutti, vi compiaceste compartirmi, vi rimeriti Dio, ch'io nè con parole nè con altro posso. — Se di tutt'altra morte io mi morissi e per diversa causa, io vi direi, — e qui si trasse un anello dal dito, — messer Dante, portate questo in ricordanza di me; e voi lo porterete per amor mio; — ma io non ho diritto di raccomandare la mia memoria; — si raccomandano ai superstiti le cose infami? — Via da me questo superbo desiderio»; e così favellando gittò in un canto della cappella l'anello: «dimenticatemi...»
Di nuovo silenzio; alla fine del quale, a voce più fioca, quasi con pena continuò:
«Messer Dante, voi ve n'andrete, vi scongiuro, da mia madre»; e poi, come se avesse fatto uno sforzo superiore alla sua lena, si tacque.