... affrettatevi... volate... Viva la Repubblica di Fiorenza! Morte all'impero... Cap. XXV, pag. 577.

Il Castiglione, con gli occhi chini al pavimento, aspettò lungo tempo che il Soderini continuasse. Poichè ebbe invano aspettato, egli stesso riprese con suono di voce che studiò rendere quanto meglio poteva soave:

«Andrò da vostra madre...»

Lorenzo trasalì, curvò la persona, gli occhi strinse e le mani e non potè proferire parola.

Chi può ridire il dolore che Lorenzo soffrì in cotesto istante supremo? Il suo corpo non meno che la sua anima stette percossa dall'atroce catalessi. Quando pure potesse descriversi, le lagrime cancellerebbero l'inchiostro, la mano tremante impedirebbe si formasse la parola; — io passo questo momento senza narrarlo.

E nondimeno volendo Lorenzo esprimere quel suo concetto, per riuscirvi cominciò da più lungo circuito e riprese a dire:

«Io già sono morto; la pena mi ha colpito prima della scure: in faccia alla legge, la terra raccolse le mie ossa; — l'estremo bene concesso ai moribondi mi è negato; — io non posso fare testamento; nè ciò mi duole perchè mi premesse beneficare amico o parente: in questa ora mi accorgo avermi circondato lusingatori pessimi, non amici; — ma sì perchè avrei voluto istituire mia erede la Repubblica. — La Repubblica, — voi mi direte, — non ha mestiere de' tuoi doni, e lo so; ma io la supplicherei, quanto meglio umilmente potessi, a non rifiutare le mie sostanze, — le accettasse come offerta espiatoria, come testimonio di pentimento che non cesserà con la vita. Ciò che mi è conteso faccia la madre mia; finchè vive ella goda dei miei beni; — ella però vivrà poco, — non istarete gran tempo a riaprire la lapide del domestico avello per lei: mal si accosta alla bocca il pane bagnato di lacrime, o se pur vi si accosta, non si converte in alimento, sibbene in veleno dentro le viscere... Messer Dante, voi andrete da mia madre e le significherete questa mia volontà; — ditele come la sicurezza mia che per lei venisse soddisfatto questo mio desiderio empiva di pace gli ultimi istanti della mia vita... Ella mi ha amato sempre..., e lo farà...»

Ad un tratto Lorenzo stende la mano verso la daghetta di Dante e trattola prestamente si allontana. Il Castiglione gliela vedendo brandire, caccia un urlo ma non si muove. Lorenzo, reciso che s'ebbe una ciocca di capelli, gliela rigetta sul letto e muove le labbra a mesto sorriso.

«Non temete, io non posso uccidermi, — sarebbe aggiungere a delitto delitto. Dopo la colpa di avere tradito la patria non mi rimane altra colpa a commettere che sottrarmi alla sua sentenza: no, il mio capo mozzo dal carnefice giova che dia salutevole esempio a chiunque tanto fosse infelice da seguitarmi nel misfatto, — ed io per certo non vorrò privare la patria di questo spediente per atterrire i traditori, perocchè, Dante, — vedete se ridotto a tale estremo io volessi ingannare nessuno! — assicuratevi che io non era il solo nè il più terribile degli altri: — guardatevi dal Malatesta. — Ora, messer Dante, voi recherete questi miei capelli alla mia genitrice e le direte che avrei voluto mandarle il cuore: — ella avrebbe allora conosciuto che se il cuore di suo figlio fu infedele alla patria, non lo è mai stato per lei, — che i suoi ultimi palpiti furono per Dio e per lei; epperò non gli dia al vento, ma se li serbi per sè sola nel seno ch'io ho ferito di tanti dolori, — che gli abbia cari, che pensi a me, — che viva, non posso raccomandarle felice, — e non mi maledica... Anche una grazia Dante, una sola grazia, — e poi le mie labbra non favelleranno più di cose terrene; — io non ho diritto a domandarvela, e non pertanto la pretendo da voi; — me la farete, Dante? — Dite che me la farete...»