E il Soderini tutto umiliato gli andava rispondendo:
«Io spero...»
Ben altramente camminava la bisogna con frate Franceschi: — a lui pure il frate assistente favellava di paradiso, di perdono, di Cristo che lo aspettava a braccia aperte, di angioli che stavano ad ammanirgli la palma del martirio. Ma frate Rigogolo con un tal suo aggrinzamento di bocca come chi mangia limone, mostrando disdegno, con piccola voce diceva:
«Non mi state mo' a rompere il capo; assai ne ho con questo volermelo levare senza misericordia dalle spalle, perchè voi veniate a metterci la giunta delle vostre parole sceme. Eh! frate mio, rammentatevi che frate sono pure io e che conosco quanti paperi vanno al paio; se voi andaste a contare le vostre novelle ad un altro, pazienza! Lo comprenderei ancora io; — ma che veniate a contarle a me che sono del mestiere! — Davvero gli è tempo perso. — Dunque mi dite piuttosto, se a levarmi di mano a questi giudei ci hanno pensato. — Si sono uniti? Le armi le hanno pronte?»
«Affrettate il passo. Gli spettabili signori Otto hanno ordinato che alle quindici ore sia spedita ogni cosa.»
Queste parole dette dal sergente maggiore della milizia fiorentina interruppero il tristo frate.
Alle quattordici circa e tre quarti giunsero presso la porta alla Croce, dove avevano innalzato il patibolo. Lorenzo Soderini, soffermatosi a piè della scala e alzati gli occhi, gemè dal profondo.
«Fate cuore, fratello», lo avvertiva il mansueto cappuccino, «non è mai troppo dolorosa quella scala che mette al paradiso.»
Di repente, una femmina prossima alla vecchiezza, di nobile portamento, vestita a corruccio, sbuca di sotto al palco: e si pianta ferma davanti al Soderini presso la scala.
«Sgombrate il luogo, femmina....»