«Io! — Io sono colei che mette posta maggiore in questo giuoco di sangue.»
«Ahi madre mia!» urla Soderini, e si voltola smanioso ai piedi della sua genitrice.
Ella poi non muta positura e nè anche sembiante; immobile e severa favella:
«Qui ti aspettava.»
«Per pietà trascinatemi al supplizio; — chiudetemi presto gli occhi, — fate che i miei orecchi non ascoltino....»
«I tuoi orecchi non cesseranno di ascoltare prima che dentro loro risuoni una parola. Solo hanno potenza i genitori di proferire questa parola, ma ella porta seco la sentenza di morte contro l'anima — ella continua a perseguitare oltre la fossa lo scellerato che la provocò....»
«Ah! non la dite, madre, questa parola... il cielo vede il mio pentimento, — apritemi il cuore, vedetelo anche voi... e non mi maledite.»
«Donna, la polvere presumerà più del suo Creatore? Perdonate questo infelice; — Dio lo ha già perdonato», diceva il cappuccino.
«Se Dio ti ha perdonato, se detesti la tua colpa, allora anch'io ti perdonerò: tu mi nascesti dilettissimo e solo, — tu dovevi essermi corona di gloria, — tu mi sei stato corona di spine; — tu hai morso le mammelle che ti davan il latte. — Se sei pentito, il seno di tua madre ti fu di guanciale nel nascimento, te lo sarà anche in morte. Ecco, ti abbandonano tutti... anche Dio, — ma tua madre non ti abbandonerà, — salirò teco la scala del supplizio... perocchè la madre non si vergogni mai del suo figliuolo.»
Gli astanti piangevano: solo veniva interrotto quel pianto dallo stridere che faceva le scure acuita dal carnefice con la pietra nel modo stesso che fanno i mietitori.