Vissero uomini (che Dio li perdoni) a cui talentò calunniare la gloria e dirla polizza giuocata alla lotteria della storia, fumo, sogno e mattana. — Non è forse sfrondato abbastanza l'albero della vita onde ci affatichiamo ad abbatterne le ultime foglie? — Evvi una gloria che presto si spenge, come la luce della farfalla detta lanternaia, côlta dalla morte e ve n'è un'altra nella di cui lampada il tempo versa secoli e secoli per alimentarla. Evvi una gloria per gli oppressori dei popoli, e ve ne ha un'altra pei liberatori; — la prima danno gli uomini, la seconda scende dal cielo. — Salute, o vera gloria! Nè calunnia nè dubbio potranno mai tanto accecare l'uomo che non veda questa stella polare della sua vita. Tu scintilli traverso le mura del carcere, — tu coruschi anche sul ferro della scure. Pochi anni bastano a disperdere le dovizie raccolte, — la verga del potere tosto o tardi si rompe come vetro nelle mani dei potenti, le tombe orgogliose, le piramidi stesse non salvano dall'oblío; — ma tu fedele al tuo amante irradii il suo tumulo modesto; — le generazioni che uscirono dal tuo fianco quinci derivano ogni giorno decoro, nè tu consenti che impallidisca per tempo; il tuo iride divino, volga la stagione procellosa o serena, non iscomparisce mai dal cielo dei generosi. No, — non è un sogno la gloria, se dopo tre secoli di morte e di servitù, palpitando cerchiamo i nomi dei difensori della libertà patria, se gli rinnoviamo nei nostri figliuoli, se nel pronunziarli il sangue nei suoi moti si accelera.
Si rammentano dunque Giampagolo Orsino, Vico Macchiavelli, Sprone e Balordo da Borgo San Sepolcro, Paolo, Giuliano, Francesco e Grigione Corsi, Capitanino da Montebuoni, Vaviges Francese, Antonio da Piombino, Nicolò Masi, Gigi Niccolini, Goro da Montebenichi, Bernardo Strozzi, Amico Arsoli, Alfonso da Stipicciano, il conte Carlo da Civitella, Carlo da Castro ed altri assai di cui non mi è avvenuto rintracciare memoria.
Papa Clemente, terminata la guerra, fece trasportare a Roma gran parte delle scritture concernenti l'assedio, e affermano le bruciasse. Forse un diligente esame nell'archivio delle riformagioni a Firenze potrebbe resuscitare alla fama nomi ignorati; ma cotesto archivio è diventato un altro Eden dopo il fallo di Adamo, e certo dopo la perdita del paradiso nessun'altra sventura può affliggere più crudelmente l'uomo della perdita della libertà, — un orto esperide col dragone che guarda i pomi d'oro. Bene sta; le polveri si tengono chiuse... badate alla favilla[309]!
Passati che furono davanti gli occhi del Ferruccio i soldati da lui raccolti, trovò essere, come abbiamo avvertito, in tutti tremila fanti e trecento cavalli; ondechè fidando nel fiero portamento di loro e nell'aspetto animoso, sorrise alquanto e soggiunse:
«Comunque pochi basteranno; perchè, vedete, figli miei, se incontriamo forze pari od anche una metà maggiori, noi le vinciamo di certo ed entriamo in Fiorenza: o ci muovono incontro grossi i nemici e sforniscono il campo, e allora escono i nostri e lo mettono in rotta. In ogni caso l'impresa è vinta; ma Orange si rimarrà al campo, perchè partirsene sarebbe troppo grave errore di guerra.
Era da circa mezz'ora suonata l'Ave Maria della sera. Giovanni Bandini se ne stava pensoso, tuttavia sotto l'influenza di cotesto istante del giorno in cui la luce che muore ci ammonisce che tra poco anche la nostra vita passerà così: istante solenne che ci ritrae le passate vicende come un punto luminoso o come una nuvola nera in fondo all'orizzonte; — che ci schiude le labbia ad un mesto sorriso, o ci nasconde mezzo le pupille sotto le sopracciglia aggrottate, secondochè il pensiero evoca memorie di delitto o di virtù; — istante pieno della prossima eternità.
Gli occhi del Bandino non guardano il cielo; — quivi non isplende stella per lui, — non lo conosce per patria, — dal cielo non aspetta inspirazione, ma castigo. — Se gli fosse dato di aggiungere le dimore celesti, vorrebbe pervenirvi come Encelado, o vincitore, o fulminato. — Contempla la terra: che guarda egli sì intento? — Forse l'immaginazione gli mostra le sue colpe convertite nei vermi che dovranno divorare il suo corpo? — Nè rimorso nè passione possono mutare quel suo volto... — è diventato di pietra.
Un tocco sopra la spalla gli fece cambiare attitudine, quantunque a rilento e quasi suo malgrado, ch'egli si compiaceva a pregustare gli orrori dell'inferno; nè a prima giunta ravvisando il sopraggiunto, con voce pacata interrogò:
«Chi sei?»