«Ma, per quanto ho udito e vedo, — nessun si muove nel campo.»
«Buona notte, — tra due ore... intendete... anche una parola di più, sarebbe di troppo[310].»
Forse due ore correvano dacchè aveva avuto luogo il colloquio riferito qui sopra, quando due uomini uscendo con molto riguardo fuori di Firenze dalla porta di San Pietro Gattolini, indirizzavano celeri i passi alla volta del campo. Percorsero un tratto di strada taciti e uniti; all'improvviso uno di loro si fermò e disse all'altro:
«Cencio, qui conviene separarci: siamo alla fine; ora sì che bisogna adoperare arte e destrezza, — è l'atto quinto; dopo di questo potremo volgerci al pubblico e comandargli, come i personaggi di Terenzio al termine della commedia, Plaudite.»
«Plaudite! E se il mondo ci saluta con tale un fischio che l'eco ne rimbombi dentro l'inferno?»
«Ci consoleremo con l'antico detto del dio Momo: Nè anche Giove piace a tutti; — parteciperemo la sorte di tutti i grandi intelletti che in vita o furono calunniati o derisi o spenti, — in morte onorati come santi. Ai Fiorentini non piaceremo di certo, almeno io; ma vi sono apparecchiato, perchè Gesù Cristo lo ha detto: Nessuno è profeta in patria sua. Tu vedi che se ti danni, ciò non avviene senza buone autorità sacre e profane.»
«E sopratutto senza compagnia. Dio vi abbia nella sua santa guardia, messere Bandino.»
Fu cotesta una notte consacrata ai tradimenti. A quattro ore di notte Cencio Guercio ritornò a Firenze, e dopo breve spazio di tempo Malatesta Baglioni e il principe Orange, senza altra compagnia che di due uomini d'arme, s'incontrano presso la porta Romana[311].