«Messer lo principe», cominciò il Baglione, «tutta la fortuna della guerra si è ridotta sopra un trarre di dadi. Si accosta il commessario Ferruccio, capitano valoroso, fortunatissimo...»

«Capitano italiano, — soldato da insidie; — noi stiamo a buona guardia, ed egli non ardirà tentare l'assalto...»

«Signor vicerè, dov'io non fossi stato, a quest'ora avrebbero rotto quattro volte il vostro campo. Adesso non corre stagione di garrire fra noi, — lasciamo le parole, che menerebbero troppo in lungo il discorso. Ferruccio ha per avventura maggiore l'audacia che il senno; però senno ha molto. Ferruccio conduce gagliardissimo esercito, e se giunge ad entrare in Fiorenza, potete pensare a ripiegare le tende.»

«Mi hanno riportata la sua gente sommare appena a duemila fanti e a cento cavalli...»

«V'ingannarono. Dai ragguagli che egli, il Ferruccio, ha spedito ai signori Dieci risulta menare seco cinque mila fanti e mille cavalli almeno.»

«Ne siete sicuro, signor Malatesta? Egli è poi vero tutto quanto mi dite?»

«Vero come un giorno dovremo andare in luogo di salute.»

«Che fa quel Baccio Valori, che mi porta sempre notizie le une più fallaci delle altre? Veramente adesso è tempo di stare a sollazzarsi coi libri greci e latini! — Egli è mestieri ch'io vi pensi sopra...»

«E mentre pensate, l'occasione fugge. Urge adesso, messere lo principe, non mettere un momento fra mezzo. Togliete con voi il fiore dell'esercito, andategli incontro e opprimetelo nei monti di Pistoia.»

«E il campo me lo guardate voi, Malatesta?»