Questo fu, come narrano gli storici, il colpo maestro del Bartolino. Egli sperò, acconsentendo i padri, suscitare le cupide passioni della plebe o sbigottirla col terrore. Pessime sempre vedemmo riuscire alla libertà della patria le deliberazioni prese in piazza: abbandonato il governo, vi avrebbe steso la mano il Bartolino, Malatesta doveva appoggiare la usurpazione con le armi; così di leggieri si conseguiva lo scopo, le palle senza resistenza si ristauravano: se poi i padri negavano, si screditava lo stato; non era il bene generale a cui miravano, bensì piuttosto la ostinazione di pochi arrabbiati; diversamente, perchè non consultare la mente degli universi cittadini? Temevano il pubblico suffragio? il popolo è ottimo conoscitore di quanto o come dannoso deve fuggire, o come giovevole seguitare.

Così colui che in tutta la sua vita non seppe rivestire un fiasco, eccolo ad un tratto sapientissimo a reggere gli stati in tempi difficili: pazze cose! ma la gente per avventatezza di sangue cieca, o per cupidità traditrice, non argomentò mai più acconciamente; e lo vedemmo pur troppo.

Però conobbero la insidia latente; composta appena l'agitazione, si scompigliò di nuovo l'assemblea, diverse voci si fecero sentire soperchiando il trambusto: Siamo dunque venuti a questo? — Il parlamento — la balìa, — questo è un volere mutare lo stato. — Non ci par farina del suo sacco. — Io ben conosco chi fa fuoco nell'orcio. — Si udì mai maggiore impudenza di questa? — Forse non costituiva il popolo questo libero reggimento, — non elegge egli i maestrati? — Guai se piegano a siffatte enormità! — la patria sarebbe perduta.

Rafaello Girolami, quando prima potè farsi ascoltare, favellò:

«Signor Malatesta, voi non siete chiamato qui come consultore, molto meno come ordinatore; voi ci dovete la fede vostra. Da voi non desideriamo sapere se dobbiamo fare o non fare una cosa, sibbene il modo di farla. Se nei momenti di maggiore urgenza, i maestrati dovessero aspettare per risolversi il consiglio di tutti i cittadini, nessun governo potrebbe rimanere in piedi tre mesi. Inoltre Fiorenza aduna il parlamento quando muta stato. Intendereste voi forse rovinare questo reggimento? Non lo crediamo. Voi tutti uomini di guerra qua dentro raccolti, vi pare egli possibile l'assalto del campo con speranza di riuscita?»

I capitani, specialmente i Guasconi, con i gonfalonieri, risposero tutti ad una voce altro non desiderare che venire alle mani con quei di fuori; essere dispostissimi a vincere con onore, o a morire senza vergogna; potersi assaltare il campo scemato com'era del fiore dei combattenti, potersi ancora, come spesso avevano provato, assaltare pieno di gente, purchè i Signori li badassero alle spalle, nè, mentre presentavano il petto al nemico, il traditore tagliasse loro per di dietro i garretti.

Tra tanto consenso di uomini di guerra, Pastrano Corso, Cencio Guercio, Biagio Stella, Margutte da Perugia ed altri tra Côrsi e Perugini fidati del Baglioni risposero essere stoltezza combattere, andare incontro a certissima morte; ne avrebbero acquistato biasimo presso il mondo, castigo presso Dio.

«No, no», proruppe Dante, «il mondo può non imitare quelli che si sacrificano, comecchè inutilmente, in favore della libertà, ma per certo li loda.»

«Che dite voi?» tonava il divino Michelangelo, «che si farebbe Dio delle sue stelle, se non le adoperasse a coronarne la fronte degl'incliti che morirono combattendo la tirannide?»

E i capitani generosi volgendosi con mal piglio ai satelliti del Malatesta: