«Or via, dacchè la poca vita che ti rimane tu adopri ad aumentare le tue colpe, Sciarra, gli taglia la gola.»

Sopra il portico della casa si erano adunati i principali dell'esercito, e con gli altri un alfiere che teneva fermo lo stendardo imperiale quasi sul capo del Ferruccio. A tutti dolevano le svergognate parole del Maramaldo, ma nessuno ardiva fargliene dimostranze; quando poi videro lo Sciarra che, tratta la daga, si disponeva a mettere in esecuzione il comando del Maramaldo, proruppero in grido di orrore, e allo Sciarra mancò l'animo di farsi innanzi.

L'odio rese il Maramaldo ingegnoso. Afferrato lo Sciarra pel braccio e trattolo in disparte, esclamò:

«Valorosi guerrieri, vi chiamo in testimonio che ho riparato la colpa. Misero me e per sempre abborrito, se avessi ad altre mani commesso la vendetta dell'inclito vostro capitano generale Filiberto di Orange e dolcissimo amico mio, condotto a morte immatura da questo vile scherano. Io stesso placherò la tua anima, spargendo le ultime stille di questo sangue esecrato. Accetta questo estremo ufficio con quel cuore col quale te l'offriamo e che ci viene fatto meno tristo dal pensiero che sia per riuscirti gradito nel seggio glorioso a cui fosti assunto. Tedeschi... Spagnuoli... Italiani..., applaudite... all'anima del principe di Orange!»

E col volto colore di cenere, gli occhi stralunati, recatosi in mano il pugnale, si avvicina a gran passo verso il Ferruccio.

E questi vedendoselo ormai venire addosso, lo guarda in volto e sorridendo gli dice:

«Tu tremi! Ecco... tu ammazzi un uomo morto.»

E il ferro dell'assassino penetrò fino al manico nell'intemerato petto del prode Ferruccio.

Mentre, dibattendosi nella morte, solleva il Ferruccio le mani, incontra il lembo dello stendardo imperiale, — apre per l'ultima volta gli sguardi, lo ravvisa, — lo afferra nella convulsione dell'agonia e, fattolo cadere, vi si avviluppa le membra.

La bandiera nemica serve di lenzuolo funerario al Ferruccio... Egli lo vede... esulta e spira l'anima immortale.