Di che mai comporrebbe l'Eterno la corona dei suoi santi, se l'anima del Ferruccio non fosse cittadina nel cielo?
Dove riposa il suo corpo? S'ignora; — non pietra, — non segno, — non iscrizione accenna il luogo dov'ebbero ultima stanza le gloriose sue ossa. Nè ciò crediate per impedimento di governanti, ma per viltà, per ignoranza, per ignavia dei posteri. Oh Dio! simili cose scrivendo, io mi vergogno d'essere nato uomo.
Dicono fosse gittato lungo la grondaia della chiesa della Gavinana, e il manoscritto del capitano Cini racconta che, scavando ai suoi tempi presso le mura della chiesa, fu rinvenuto uno scheletro di grande ossatura corrispondente al corpo robusto che aveva il Ferruccio, siccome ci attestarono gli scrittori.
Certo coteste erano bene le ossa del Ferruccio, e lo argomento dall'averle tosto riposte sotto terra: anche le ossa del Ferruccio tornate alla faccia del sole dovevano mettere spavento[346].
I morti sommarono a numero infinito. Ricordansi fra gli altri Alessandro Orsini, cugino pel signor Giampagolo, Guccio Tolomei, Tomaso Lorenzi, Giovanni Arrighetti, Francesco Covoni, Michele Uberti, Paolo Bernardini e Francesco Moretti; pochi dei feriti sopravvissero, per essersi azzuffati in luoghi angusti, a corpo a corpo. Messer Giovan Carlo Saraceni non dubita affermare essere stata questa una delle più terribili e sanguinose battaglie che mai si sieno combattute in Italia. Non si andrebbe troppo lontani dal vero calcolando che Ferruccio ingaggiasse la giornata con forze otto volte minori di quelle dei nemici, tenuto conto della parte panciatica, che si aggiunse agl'imperiali. Nelle storie a questa battaglia rimase il nome di San Marcello, ma devesi chiamare della Gavinana.
La terra data in balía dei soldati; vi fu commesso quanto la vendetta sa suggerire di più truce, l'avidità di più rapace; nè cosa nè persona rimase intatta, — fino le campane rapirono e venderono a' Lucchesi. Da gran tempo noi miseri abitatori di questa contrada ci compriamo a vicenda i nostri brani che ci strappano dalle spalle gli stranieri. Un caso avvenuto dopo la preda delle campane fece pensare che Dio volesse vendicare l'insulto fatto alla sua casa. Mentre sopra la piazza della Gavinana attendevano certi soldati a votare i bariglioni della polvere, cadde per avventura di mano ad uno di loro la corda accesa, e l'incendio che ne seguì mandò a male meglio di trecento imperiali.
Avanti che io mi allontani da Gavinana mi giova ricordare due fatti i quali, comecchè di contraria natura fra loro, meritano di non passare obliati.
Il primo (e questo narrerò più brevemente perchè torna in oltraggio alla nostra natura), il primo fu di Amico Arsoli, quell'egregio conduttore di cavalli di cui sovente abbiamo esposte le geste. Odiato a morte da Marzio Colonna, fu da lui comprato e barbaramente messo a morte. Ripreso dai suoi compagni della perfida azione, allegava in iscusa la strage operata dall'Arsoli del suo cugino Scipione Colonna, come se l'Arsoli non lo avesse morto combattendo lealmente in battaglia, e come se, incrociate una volta le spade, il nemico non dovesse ingegnarsi con ogni suo sforzo di superare il nemico. Ma al Colonna pareva non dovesse siffatta scusa bastare; imperciocchè costumasse fra i Romani di cotesti tempi degenerati vendicarsi con quanta maggiore sicurezza potevano e fare le esequie ai parenti col sangue comprato dei nemici.
Non così Giovanni di Mariotto Cellesi, il quale essendosi anch'egli partito da Pistola per comprare Nicolò Strozzi col proponimento di menarlo a mal termine, lo trovò ferito nello stinco e ridotto a tale che, mutatosi all'improvviso di animo e l'ira convertita in compassione, lo riscattò con mille ducati, lo trasportò con amorevole cura a Pistola e quivi, fattolo nella propria sua casa medicare, lo guarì, lo nudrì e, accomodatolo di danaro, con buona accompagnatura lo rese sano e salvo a Firenze.
E avverti che la ingiuria era per gli odierni costumi gravissima e deliberata; imperciocchè Nicolò insinuatosi nell'animo della moglie del Cellesi la persuadesse ad abbandonare il marito; ed ella lo fece, ma indi a breve venuta in fastidio all'adultero, si rimase con la vergogna e col danno. Bene a ragione il Cellesi pensò che per una rea femmina non dovesse mandarsi a male un uomo prode, chè tale si fu Nicolò, e, se togli questo peccato che ho detto, anche costumato cavaliere.