Come finì questo magnanimo? Sortirono, o no, i suoi disegni il loro adempimento? Morì per morte di sangue, o mancò col cuore roso dalla amarezza dell'esilio e dall'ansia della speranza delusa? La febbre del desiderio lo inaridiva, o piuttosto prima di spengersi sorrise pure una volta nel rivedere la patria? Non lo dirò. I casi e la morte di lui ben possono dare nobile argomento a nuovo poema; — lascio la messe intatta a cui voglia mettervi dentro la mano poderosa. Però chiunque non si sente l'anima grande davvero si vergogni di stendervela; — gli ultimi palpiti della libertà di un popolo sono santi quanto l'arca di Dio; Rammenti Oza[356]. Il dramma storico e il poema del popolo, simili all'arco di Ulisse, chiunque gli afferra e non gli curva, — uccidono.

... Sciarra, gli taglia la gola. Cap. XXIX, pag. 705.


La città era ridotta ai suoi termini estremi. I quattro ambasciatori testè rammentati condottisi al campo intendevano sopra i preliminari stabiliti a conchiudere la capitolazione. Ora cominciano a scoprirsi le insidie; Baccio Valori s'ingegna di escludere il patto principale, salva sempre la libertà; non mica che, quantunque stipulata, pensasse l'avrebbe mantenuta papa Clemente, ma perchè quando delle vergogne se ne può fare a meno, non è male risparmiarsele; e Pierfrancesco Portinari, lo vedendo stare così sul duro, non potè tanto trattenersi che non gli dicesse:

«Si penserebbe, a sentirvi, che voi siate, messere Baccio, nato in Fiandra o in Ispagna, non già che abbiate comune con noi la patria in Fiorenza. Dio faccia che non abbiate a pentirvi un giorno di avere sotterrato con le vostre mani la Repubblica!»

E Baccio, comecchè inverecondo, chinò la faccia: allora ad una voce gli altri ambasciatori esclamarono che quel patto si aveva a mantenere, che altramente non potevano convenire e avrebbero tolto piuttosto di andare a filo di spada. Baccio, premuroso del dominio della città, non si ostinò più oltre a quistionare di apparenze e lasciò correre i patti, i quali furono rogati da ser Martino, di messere Francesco Agrippa Cherico, e da ser Bernardo di messere Giovambattista Gamberelli, alla presenza di sette testimoni, che furono il conte Piermaria de' Rossi da San Secondo, il signore Alessandro Vitelli, il signore Giovambattista Savello, Marzio Colonna, Giovanni Andrea Castaldo e don Federigo di Uries maestro del campo imperiale. Don Ferrante Gonzaga e don Giovacchino de Ric, signore di Balanzona, stipularono per l'imperatore, Baccio Valori pel papa, e tutti tre si obbligarono in proprio nome di farli dai principali loro ratificare dentro il termine di due mesi.

I principali capitoli di questo accordo sono tre, che io copio parola per parola, onde rimangano in perpetua memoria della infamia di cui gli ruppe prima quasi che si fosse seccato l'inchiostro col quale erano scritti.