«I. La forma del governo abbia da ordinarsi e stabilirsi dalla Maestà Cesarea fra quattro mesi prossimi avvenire, intendendosi sempre che sia conservata la libertà.
III. La città sia obbligata a pagare l'esercito fino alla somma di ottantamila scudi, da quaranta a cinquanta contanti di presente, e il restante in tante promesse così della città come di fuori fra sei mesi, acciocchè sopra dette promesse si possa trovare il contante e levare l'esercito.
IX. Che nostro signore, suoi parenti, amici e servitori si scorderanno e perdoneranno e rimetteranno tutte le ingiurie in qualunque modo, e useranno con loro come buoni cittadini e fratelli, e Sua Santità mostrerà ogni affezione, pietà e clemenza verso la sua patria e cittadini».
Vedrete come i principi mantengano fede; — ma poichè anche modernamente lo vedemmo, e sempre invano, così questo racconto io pongo non già a modo di esempio di cui possiamo far senno, sibbene come fatto che narrando, le presenti storie, non mi è concesso di pretermettere.
Conchiusi appena i capitoli, ecco arrivare con gran fretta messere Giovanni di Luigi della Stufa, il quale, inteso degli ottantamila scudi, prese a turbarsi e dare in escandescenza e strillare e protestare non sarebbe mai per ratificarli il pontefice, chè dugentomila, non che sufficienti fidenti al bisogno gli sarebbero parsi pochi; e a queste aggiunse tante altre parole e così o disoneste o precaci o inconvenienti alla occasione che Baccio impazientito lo prese per le braccia e, trattolo da parte, lo garrì acremente:
«Messere, voi mi parete mandato a posta per mettere in iscompiglio tutta la bisogna; voi dovreste pure pensare che in Fiorenza noi non ci siamo ancora; — se tutte le sostanze dure fossero preziose, la vostra testa meriterebbe essere legata in oro e mandata in presente al soldano di Babilonia. — Se altro non imparaste nello studio a Pisa, fatevi tornare indietro il danaro della laurea, perchè in coscienza non possono ritenerlo. — Tacete, in vostra malora. — Lasciate che delle mura di Fiorenza me ne aprano quanto una cruna di ago, io poi vi farò entrare un cammello; — io bevo grosso come le balene.» E qui strettagli famigliarmente la punta della orecchia sinistra, aggiungeva: «O dove apprendeste, dottore, a impaurirvi tanto delle promesse? Promettere da quando in qua significa mantenere? Le chiavi della Chiesa aprono molto più arduo serrame che non è questo.» Con tali intenzioni stipulavansi patti nel nome santo di Dio. Dopo la conclusione dei capitoli terminò l'assedio, — non già le stragi, come tra poco vedremo, — nel quale rimasero uccisi da venticinquemila uomini per ambedue le parti, di cui circa i due terzi appartennero ai nemici, senza però contare quelli che nel contado per fame, per peste e per ferro morirono, i quali sommarono a numero infinito. I danni patiti, non dirò da ogni terra o castello, ma quasi da ogni casa più volte saccheggiata, non sono tali che possano significarsi con parole: allora, come ai nostri giorni, lo straniero non fece grazia neppure ai chiodi. La natura, oltremodo sotto il nostro cielo feconda, in poche stagioni ristorò i danni dei campi; nelle fabbriche e' durarono assai più lungo tempo, ed in alcune durano tuttavia.
Passati otto giorni dalla capitolazione, cioè ai venti di agosto, il commessario apostolico, Baccio Valori, svolgendo la trama, comunicato prima il disegno al Malatesta, manda i Côrsi in piazza coll'arme, fa prendere i canti, quindi ordina sonassero la Tonaia a parlamento. Accorsero al suono forse trecento, la più parte faziosi, il rimanente plebe corrotta col danaro. La Signoria, sforzata dai comandi, atterrita dalla presenza delle armi, scese in ringhiera, e messere Salvestro Aldobrandini domandò tre volte agli adunati:
«Piacevi che si creino dodici uomini i quali abbiano tanta balía soli quanta ne ha il popolo di Fiorenza tutto insieme?»
«Sì, sì, risposero; Palle, — Medici, — viva i Medici!»