Stanchi, non sazi di oltraggiarli, li condannarono. Carduccio, comecchè sentisse acerbo dolore per le sue ossa slogate, pure fieramente parlò:

«Avreste dovuto incominciare donde avete terminato, valentuomini; voi avete profferito un giudizio. — Giudici, non sapete che sopra di voi vive un altro giudice? A lui mi appello e vi cito tutti a comparire davanti al suo tribunale prima che passino cinque anni. Rammentatevi del templario Molay[365].

«Ch'è questo?» domandò trasalendo Antonio degli Alberti percosso da un sinistro fragore.

«Nulla: tentano con la sbarra di ferro le ferrate ai carcerati, per accertarsi che non le abbiano segate per ricuperare la libertà.»

«Affrettiamoci dunque: messere Francesco, alzatevi, lasciatemi prendere il vostro posto; ora verranno per me... indossate i miei panni e salvatevi.»

... e finalmente ansanti si fermano nel bosco... Cap. XXIX, pag. 708.

Il Carduccio si alzò e baciò in volto l'Alberti, quindi prese a parlare queste solenni parole:

«Antonio, ascoltatemi. La vita è una grossa moneta che non va sprecata nelle minime cose, ma generosamente spesa nelle grandi. Nè a me la fortuna potrebbe presentare occasione da impiegarla meglio che a rendere abborrita la nascente tirannide. Molti hanno nemici la libertà e la virtù. Ora a quali termini voi le vedreste ridotte, se primi gli amici loro le disertassero? Che direbbe il mondo se, a me solo provvedendo, lasciassi in carcere i compagni? Qual difesa darei se, per salvare me già vecchio e infermo, io non abborrissi dal sacrificare voi giovane e sano? Così, è vero, mi troncheranno la testa, — ma, nell'altro modo, in qual parte io la sottrarei all'infamia? E tra la sventura e la colpa nè io nè voi, Antonio, possiamo rimanerci un momento dubbiosi. — Lasciate che noi muoiamo; — egli è bene che il primo gradino del trono sia bagnato di sangue, — più facilmente vi sdrucciolerà il piede del tiranno. — Forse vi fa vergogna il patibolo? E credete voi che se io ci vedessi l'onta della mia famiglia, già non mi sarei fatto cadavere? — Nessuno è signore della morte dell'uomo. No, Antonio, qualunque scala, — anche quella del patibolo, è buona quando mena alla gloria. — La mia morte è sfregio sul volto al tiranno. — Forse chi sa che non sia questa una insidia? — Quale angoscia sarebbe la mia, quale il tuo pentimento, se prima di trucidarmi giungessero ad avvilirmi? Lasciami morire onorato. Socrate non volle fuggire, e fu divino tra gli uomini...»